Nasce a Campobasso il Comitato Molisano Società Civile per il NO alla
riforma della giustizia.
Il Comitato opererà territorialmente fino alla consultazione
referendaria dei prossimi 22 e 23 marzo. I promotori del Comitato ritengono che si tratti
di una riforma dannosa perché lede l’autogoverno e l’indipendenza della magistratura
con il rischio di subordinarla al potere politico. Inoltre si tratta di una riforma che non
scioglie nessun nodo della giustizia: non aiuta a migliorarla perché non velocizza i tempi
dei processi, non risponde alla carenza di organico, sia di magistrati che di personale
della giustizia, e non aiuta le procure a individuare in maniera più efficace i reati. Nelle
prossime settimane si terranno assemblee diffuse in tutto il Molise anche in
collegamento con gli altri comitati per il ‘NO’, per spiegare ai cittadini le malcelate
intenzioni di questa riforma. Una riforma non facile da capire trattandosi di un
argomento molto tecnico ma che, inevitabilmente, sta assumendo anche connotazioni
politiche. Il Comitato si muoverà in parallelo con quelli nati nelle altre regioni italiane,
sposerà la battaglia del Coordinamento per la democrazia costituzionale che sta
operando in ambito Nazionale e ha proposto come portavoce Regionale il prof.
Giuseppe Iglieri, docente di Storia contemporanea presso l’Università del Molise,
che si avvarrà della collaborazione di coordinatori territoriali per coprire al meglio le
esigenze informative e di confronto che caratterizzeranno la futura campagna elettorale.
Per il Coordinamento e dunque anche per il comitato regionale, la riforma Nordio
interverrebbe sulla Costituzione affrontando un falso problema, cioè quello della
separazione delle carriere, ignorando le vere criticità della giustizia italiana a partire dalla
durata dei processi e dall’efficienza del sistema, ma soprattutto indebolirebbe
l’indipendenza della magistratura alterando l’equilibrio tra i poteri dello Stato, alla base
della democrazia costituzionale. Il fronte del “No” evidenzia alcuni temi su cui la riforma
agirebbe in modo negativo. Prima di tutto renderebbe più debole e più esposto
all’influenza della politica il Consiglio superiore della magistratura (Csm), riducendo le
garanzie di autonomia dei magistrati e dei capi degli uffici giudiziari per cui un
procuratore che propone indagini verso gruppi di diverso potere potrebbe essere
trasferito o non promosso e la sua indagine rischierebbe di essere fermata. In secondo
luogo minerebbe l’imparzialità del giudizio disciplinare rimettendolo all’Alta Corte con
collegi a possibile maggioranza politica: un giudice che dà torto a un grande gruppo
economico o a un ente pubblico potrebbe essere sottoposto ad azioni disciplinari
dissuasive. Infine, rimettendo sempre all’ Alta Corte l’appello disciplinare, si creerebbe
un circuito chiuso con la conseguenza di escludere qualsiasi reale controllo esterno e
realmente imparziale per cui un magistrato sanzionato ingiustamente non avrebbe un
vero appello e la conseguenza potrebbe essere che altri magistrati desistano dal
prendere decisioni ‘scomode”. In definitiva dire “No” alla riforma è un atto in difesa
della Costituzione, in difesa dell’indipendenza della magistratura e del principio di
equilibrio tra i poteri, senza il quale lo Stato di diritto perderebbe solidità e
credibilità.







