L’angolo della Psicologa: ci sono tanti modi di amare, alcuni fanno male…(seconda parte di “I legami affettivi tra dipendenza ed autonomia”)

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Continuiamo il nostro viaggio nell’amore dedicando l’articolo di questa settimana a quell’amore che ” amore è..ma che purtroppo esiste e fa male“.

Ci sono tanti modi di amare, tante maniere di esprimere l’attaccamento ad una persona specifica. Modi contorti, modi complicati, che possono persino creare disagio in chi è l’oggetto di questo affetto.

Modi che producono dolore anziché felicità in chi ama” (Attili, 2004)

Uno di questi è scambiare l’amore per possesso e vincolare a sé la persona che si ha vicino e che si ama (o meglio si crede di amare) in mondo decisamente sbagliato.

Il desiderio di possesso dell’altro si innesca da un senso di radicata insicurezza e dalla paura di poterlo perdere.

Chi ama in maniera possessiva teme continuamente di perdere la “cosa” più cara che possiede.

La “cosa” sì, ho scritto bene, perché nei modi di pensare e di amare del possessivo si considera l’altro un oggetto (piuttosto che un soggetto) funzionale al proprio benessere.

Il possessivo addossa all’altro il peso della propria felicità come, d’altronde anche quella della propria infelicità mettendo in atto meccanismi di vendetta quando si sente disconfermato da quelle che sono le sue aspettative di ricevere abnegazione e devozione assoluta (o quasi).

Lo scopo del possessivo è quello di mettere al sicuro sé e la sua storia d’amore ma, come dice lo psicoanalista americano Mitchell, tutto il suo impegno sortisce gli effetti contrari: “Ironia della sorte, gli sforzi tesi a rendere più sicuro un amore sono proprio quelli che lo rendono più pericoloso”.

Così accade in molte coppie che vivono un amore malato considerandolo normale o, nella peggiore delle ipotesi che, riconoscendo “la malattia”, continuano a conviverci senza cercare una “cura efficace” perché probabilmente si teme che “la cura” più adatta, ovvero  la chiusura della relazione, possa far più male della sottomissione, della paura, del controllo, della mancanza di libertà che, seppure dolorose, fanno parte “ormai” dell’abitudine.

Che brutta parola è “ormai”, dice che non c’è più niente da fare, che quel che è resta e resterà sempre immutato, che manca la possibilità di cambiare e rendere nuove tutte le cose.

Ormai” è una parola che fa morire dentro e, talvolta anche fuori, la persona che continua a crederle.

Bisognerebbe sostituirla con “ancora”.

Ancora” c’è tempo, c’è possibilità, c’è speranza di cambiare le cose!

Di cambiare quelle cose che ci stringono e ci costringono, di sciogliere quei lacci che legano i polsi, che bloccano le caviglie impedendoci di camminare e di voltare le spalle a qualcosa che credevamo amore ma che in realtà era paura.

Finché abbiamo vita, abbiamo “ancora” la possibilità di cercare altrove quell’amore che ardentemente desideriamo, quello che non fa male con le parole, né con i gesti, con i tradimenti o con i sensi di colpa immotivati, con le paure di sbagliare e con la convinzione di essere sbagliati.

A mio avviso, vivere “un amore malato”, ostinarsi a mantenerlo in vita andando contro il proprio bene e quello dell’altro, è la prima forma di violenza.

La violenza è subdola, talvolta si traveste da amore e inganna la sua vittima legandola a sé e procurandole il male.

Un amore che ferisce non è un amore, un amore che lascia lividi, sul volto e nel cuore, che segna con cicatrici indelebili, non è amore, è violenza.

Un amore che possiede, che umilia, che sottomette, che toglie la libertà, non è amore.

Un amore che uccide la voglia di vivere, la stima di sé, il desiderio di essere se stessi e di dare valore a quel che si è, non è amore.

Un amore così non è amore, è morte, è violenza ed in un modo o nell’altro fa morire.

Ci sono delle parole che mi piacerebbe dire a tutte quelle donne che vivono la sottomissione (come dicevamo prima, talvolta inconsapevole) ad un amore malato, le scrivo perché possano raggiungerle e magari dargli quella spinta che manca per aiutarle a voltare le spalle:

Cara Donna, non è colpa tua!

Cara Donna, non è colpa tua se non ce la fai a dire basta.

Non è colpa tua se oggi ti ha picchiato.

Non è colpa tua se quando torna a casa ti tratta male, se non riesci a chiudere una storia sbagliata, se non lasci un uomo che ti ferisce, se credi ancora ad un amore malato che di amore ha solo il nome.

Non è colpa tua. Non sei sbagliata. 

Non sei tu che lo provochi e neppure sei tu che te la cerchi.

Cara Donna non guardarti con disprezzo, il suo sguardo non è quello della verità.

Non trattarti con sufficienza, quello lo fa la sua inferiorità.

Non credere alle bugie di chi ti dice: che non vali niente, che sei brutta, che non sei capace, che chiunque altro è meglio di te.

Non credere alle sue parole dispregiative, forti tanto quanto gli schiaffi che sul tuo viso troppe volte hanno lasciato il segno.

Non credergli se urla che sei una fallita, che meriti quello che ricevi.

Non è vero, non lo meriti. Non sei fallita. Anche se lui lo urla forte pensando che tu te ne convinca di più.

La verità è che hai creduto alle sue carezze di un tempo lontano, ai suoi primi sguardi, quelli che sembravano innamorati, a quella prima innocente gelosia che pensavi nascesse per amore e che è diventata la tua prigione.

La verità è che volevi sentirti speciale per qualcuno, che volevi aiutarlo in qualche modo, magari ad essere diverso, un uomo migliore forse.

La verità che ti sei persa dentro di lui, che il tuo tempo lo hai donato a lui e lui, lui se lo è preso insieme ai tuoi anni, al tuo sorriso, alla tua libertà e non ti ha lasciato niente se non quei segni che, con un pò di tempo, vanno via e quelli che restano impressi nell’anima: le cicatrici di un amore che uccide.

Cara Donna, la verità che hai dimenticato è che tu sei speciale cosi come sei e non hai bisogno che nessuno te lo ricordi perché la forza che cerchi fuori è viva nel tuo cuore ed è solo quella che ti darà la carica di proseguire il tuo cammino.

Quando pensi che è tutto perso, che la speranza è andata via, non ti arrendere! Continua a guardarti dentro a cercare nel tuo profondo la spinta per reagire, per rialzarti, per uscire e vivere libera per essere quella che sei una donna senza catene e senza padroni.

Buon cammino donna coraggiosa che nella fragilità hai trovato la tua forza. Non vergognarti, non temere, tendi la mano, non è come sempre accade. Può essere anche diverso questa volta… 

dott.ssa Antonella Petrella Antonella Petrella, psicologa-psicoterapeuta

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