L’angolo della Psicologa: Da soli o in solitudine?

1903

Ognuno ha la sua personale solitudine anche quando è un mezzo a tante altre persone.

Alcuni sostengono che non sia un male stare in solitudine ma che questa rappresenti addirittura un’opportunità di ricarica personale.

Diverso è sentirsi soli, avvertire un vuoto profondo che ci affligge e solca il cuore lasciando spazio d’azione alla sofferenza.
Ci si può sentire soli in mezzo a molte altre persone ed a volte anche accanto al proprio partner.

Si rischia cosi di confondere la solitudine che può avere diverse accezioni positive, con il sentirsi soli, condizione decisamente più difficile da sostenere.
Si finisce, in questo modo, per attribuire alla solitudine erronei significati: la percezione di un mondo ostile, negativo ed indifferente, la mancanza di punti di riferimento, l’impossibilità di esprimere le proprie idee, la percezione di un abbandono percepito o reale, la sensazione di vulnerabilità e fragilità.
Ci si sente soli e si percepisce un mutamento della dimensione personale che abitiamo, del senso di sé. All’improvviso il nostro spazio diventa vuoto e facciamo di tutto per occuparlo, con una vita frenetica, a volte sfrenata, dedita al lavoro, riempita da svariati altri impegni pur di esorcizzare la paura del nulla.
Se però ci fermassimo a pensare, solo un attimo, vedremmo come in una situazione di disagio simile a quella descritta, siamo propensi ad accontentarci di tutto e, purtroppo, di tutti, sacrificando anche i nostri bisogni, i desideri, le necessità e la felicità pur di non stare da soli.
Diventiamo estremamente dipendenti dagli altri, dai loro stati d’animo dai loro di bisogni e ci dimentichiamo di noi, convinti che il nostro unico bene sia non stare soli, non essere vuoti ed isolati.
Immaginiamoci sull’uscio della porta di un’ampia stanza non arredata.

Come la vedo?

Spaziosa o vuota?
Se la vedo spaziosa mi rendo conto che al suo interno mi posso muovere in libertà, se la vedo vuota ho istintivamente bisogno di riempirla ma, se nell’impeto di riempirla l’arredassi con mobili di scarto, di poco conto, tanto per “occupare” quello spazio?
E se poi mi rendessi conto all’improvviso che non posso più muovermi al suo interno?

Che potevo scegliere mobili più adatti a me?

Non sarebbe tanto facile sbarazzarsi di quelli che già abbiamo, a cui ci siamo abituati o rassegnati e soprattutto, non sarebbe tanto facile fare largo in uno “spazio occupato”.
E se fosse il nostro cuore o la nostra vita quella stanza?
Allora, forse, per stare bene e avere libertà di movimento dovremmo imparare a vivere quel luogo, a stare saldi sulle nostre gambe camminando su quella superfice, abitandola nella sua profondità ed impiegandola al meglio.
Così come il deserto può rappresentare aridità ma anche luogo di elezione per l’incontro con se stessi e poi, successivamente con gli altri, il luogo della riflessione, il luogo della pace, così la solitudine può essere un’opportunità vivificante ed una spinta propulsiva se accolta e vissuta con serenità.
Pertanto, il sentirsi soli può rappresentare quel deserto arido dove regna la morte, la solitudine invece quel deserto silenzioso in cui prolifera la vita che nasce dal nostro interno e che trova così tempo e soprattutto spazio di espressione.
Il suggerimento è di non temere la solitudine perché attraverso essa rientriamo in contatto con noi stessi, rinforziamo la nostra identità e riduciamo lo stress:

Impariamo ad ascoltare meglio le nostre emozioni ed i bisogni fondamentali che abbiamo, individuiamo nuove soluzioni ai problemi, ricarichiamo le batteria del corpo e della mente predisponendoci meglio alla vita personale e di relazione.
Concludo con espressione che ci ha lasciato don Tonino Bello: “La vera tristezza non è quando, la sera, non sei atteso da nessuno al tuo rientro in casa, ma quando tu non attendi più nulla dalla vita. E la solitudine più nera, la soffri non quando trovi il focolare spento, ma quando non lo vuoi accendere più. Quando pensi, insomma, che la musica è finita. E ormai i giochi sono fatti. La vita allora scorre piatta verso un epilogo che non arriva mai.”

Non perdiamo la speranza, non guardiamo il mondo con gli occhi velati di grigio. Speriamo e viviamo quanto di positivo abbiamo. Qual ora pensassimo di non avere nulla di buono e di essere più soli che mai, posiamo la mano sul cuore, sentiamolo battere, quel battito è la speranza che ancora tutto può cambiare.

Buona riflessione, nella più fertile solitudine.

Dott.ssa Antonella Petrella  – Psicologa, Psicoterapeuta

Commenti Facebook