Il film della settimana/ “Cenote” di Kaori Oda (Gia)

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Pietro Colagiovanni*

“Cenote” è un docufilm del 2019 della giovane regista giapponese Kaori Oda. Una regista 34enne nata ad Osaka ma formatasi artisticamente in Europa, a Sarajevo in particolare, dove ha ottenuto il Dottorato in cinematografia con la supervisione del noto regista ungherese Bela Tarr. La sua è una produzione documentaristica intrisa di elementi di suggestione poetica e visiva. Cenote è ambientato nella famose grotte colme di acqua dolce del Messico, dello Yucatan in particolare, care alla cultura, alla storia e alla mitologia del popolo Maya.

Cenote infatti deriva proprio da un termine Maya “dzonot” che significa acqua sacra. Si tratta di luoghi ammantati da mistero, da magia, famosi, oltre che per essere una delle poche fonti di acqua dolce per le popolazioni locali, anche per i riti, spesso sacrifici umani, di cui erano fatti oggetto dalla cruenta civiltà Maya. Il docufilm della Kaori combina, con una pellicola in superotto, le suggestioni naturalistiche di questi luoghi con le evocazioni dei loro antichi abitanti, le leggende che animano i cenote. Il tutto abbinato con notazioni antropologiche sulle popolazioni che oggi vivono nelle vicinanze dei cenote, sui loro riti, le loro feste, i loro volti e i loro sguardi.

Le immagini a volte vengono alterate con un effetto quasi lisergico, a volte invece sono un semplice sguardo subacqueo sul mondo sottomarino che si cela nei cenote. Voci fuori campo, a volte rievocante antichi testi lirici Maya legano queste suggestioni filmiche in un mix immagini/sonoro. L’effetto finale è interessante, anche se la lunghezza dell’opera (75 minuti) è forse ridondante rispetto alle esigenze narrative e filmiche.

Si tratta di un immersione (ci si passi il gioco di parole) in un mondo, in una cultura in cui la natura lungi dall’essere sterile oggetto di analisi visiva (come un qualsiasi documentario di Discovery Channel) diventa presenza sfuggente e misteriosa, evocativa di una dimensione altra che le leggi della botanica e della zoologia non esprimono appieno. A questo si affiancano gli uomini e le donne immersi in questa natura, con i loro riti, le loro leggende, la loro tradizione.

Leggera ma ben presente infine c’è la condanna del colonialismo spagnolo, non tanto per la sua crudeltà ( i Maya non erano certo un popolo pacifico e pacifista) ma per la sua immensa rozzezza, capace di distruggere un ecosistema umano e naturale, ricco e suggestivo, reificandolo e rendendolo banale. In definitiva un esperimento visivo interessante, dotato di personalità e buona padronanza tecnica.

Voto 3,25/5

*imprenditore, giornalista, fondatore e amministratore del gruppo Terminus

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