Cristiano Sociali: primarie aperte, opportunità o errore?

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Cittadini di destra e dei più disparati orientamenti politici da anni partecipano alle primarie aperte del PD condizionando la scelta dei gruppi dirigenti con una pratica che amplia il numero degli elettori ma danneggia gli iscritti, i volontari ed i militanti del partito che vedono svuotato il loro ruolo e umiliata la propria funzione. Su un tema di questa rilevanza non si possono prendere scorciatoie perché la lealtà ai valori del centrosinistra si misura in anni di sacrifici, lotte, mobilitazioni e iniziative sul territorio.

Un partito è una comunità di persone legate dalla solidarietà di appartenenza e dalla condivisione di una piattaforma programmatica unitaria.
Tra gli iscritti al partito c’è un sentire comune, un rispetto umano e una lealtà di fondo che travalica le diverse opzioni e sensibilità. Se viene a mancare questo elemento di coesione quale minimo comune denominatore sussiste il rischio che salti lo schema su cui si fonda il partito.
Per queste ragioni è preoccupante ciò che è accaduto nell’ultima Direzione Nazionale del PD all’atto dell’approvazione di un documento politico che ha disposto il superamento di Enrico Letta con una metodologia sbrigativa e poco attenta alla storia e alla dignità personale del Presidente del Consiglio.
La politica può ridursi a votificio e a rapporti di forza misurabili con le stesse regole di una società per azioni? Si può licenziare in tronco un Capo di Governo solo perché investito dal plebiscito popolare delle primarie?
De Gasperi, Sturzo, Dossetti, Moro, Zaccagnini, Riccardo Mancini, Pertini, La Malfa, Berlinguer ed i principali esponenti politici che hanno costruito la democrazia italiana fondavano il loro agire sul dialogo, sul confronto, sugli argomenti e sui contenuti ricercando una sintesi senza imporre la propria volontà con la logica dei numeri o con prove di forza.
Se non si individua un percorso condiviso tra la legittimità di chi opera nelle istituzioni perché eletto dal popolo e chi assume la guida di un partito politico, si corre il rischio di un corto circuito democratico. La politica non è un’azienda e non può diventare una S.p.A.

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