Angolo Liberaluna Onlus/ Definisci tu le regole del gioco

387

Alle donne che incontriamo al Centro Antiviolenza Liberaluna spesso sento dire con rabbia e fastidio: “Basta! Ora non voglio più essere disponibile con tutti, non voglio essere pronta ad ogni richiesta” oppure “Adesso inizio a rifiutarmi perché gli altri non si meritano niente”. Quasi che vogliano intendere: “Non voglio più stare al loro gioco”
Io allora pongo la domanda seguente: “Hai deciso di mettere i confini nelle relazioni con gli altri?”. Perché quello che viene vissuto come un “rifiuto” verso le richieste delle altre persone io lo definisco un iniziare a “dare valore” a se stesse.


I confini possono essere dei limiti stabiliti da ciascuno di noi per definire la nostra identità e la distanza dagli altri individui, aiutandoci così a sostenere i nostri diritti fondamentali. Parliamo, quindi, di ricercare un nostro spazio, una nostra protezione che per essere tale dovrebbe avere delle coordinate chiare e flessibili.

Nei casi in cui vengano posti confini troppo “permeabili” potrebbe essere più difficile sentirsi protetti, riconoscere i propri diritti, rifiutare richieste degli altri senza sentirsi in colpa e dedicare del tempo solo a se stessi senza viverlo come un atto di egoismo; invece, nei casi di limiti troppo rigidi possiamo riscontrare una difficoltà delle persone a dare spazio ai bisogni dell’altro, perché hanno la sensazione di rinunciare ai propri.
Ma cosa spinge le persone ad accogliere sempre l’altro?
La paura del rifiuto?
La paura di non essere amati?
La paura di non essere all’altezza?
La paura del conflitto?


Dire sempre “sì” da un lato sembra garantire un apprezzamento sociale ma dall’altro fa sentire incompresi, incapaci di far valere le proprie esigenze. Dobbiamo partire dal presupposto che il nostro modo di interagire insegna all’altro cosa ci aspettiamo da lui agendo nei suoi confronti.


Le continue richieste che vengono accettate creano regole nelle relazioni.
In ogni messaggio c’è un livello di contenuto e un livello di relazione: oltre alla notizia che si vuole passare all’altro c’è anche una definizione della relazione. Le definizioni del sé possono essere accettate, rifiutate o disconfermate. (Paul Watzlawick, Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi, delle patologie e dei paradossi, 1978).


Spesso le donne che incontriamo nel nostro Centro Antiviolenza riportano tanti contenuti ma un’unica modalità di relazione, ormai irrigidita nel tempo, basata su “potere e controllo”. E di solito, chi propone questa modalità la impone e disconferma l’immagine dell’altro come soggetto con dei propri bisogni, diritti e desideri.
Molte volte queste donne ci danno la sensazione di essere incastrate in relazioni da cui non riescono a uscire e di mettere in atto modalità relazionali che continuano però a sperimentare anche in altri contesti.


Tutti noi ci troviamo a recitare un copione inteso come dinamiche ricorrenti che mantengono l’equilibrio in un sistema. I pattern relazionali si ripetono in quanto “modalità dinamiche che sostengono l’equilibrio della persona e della sua identità nel relazionarsi con l’altro” (Giorgio Nardone, Gli Errori delle donne, 2010). Il problema emerge quando si ha la sensazione di non poter cambiare il copione, anche se fallimentare.


Spesso noi operatrici del Centro chiediamo alle donne: “Cosa devi sopportare ancora per renderti conto di star male?”. Indirettamente le spingiamo a partire da quello che loro pensano di meritare, da quelli che credono siano i loro diritti; in pratica consigliamo loro di iniziare a porsi la domanda: “Con gli occhi di chi guardo?”.
A volte ho la sensazione che le donne che si rivolgono a noi non si siano mai soffermate ad approfondire le conseguenze del concetto di “confine”, trascurandolo o non prendendone consapevolezza. Arrivano quindi a non ascoltare i propri bisogni, adeguandosi agli altri e mettendosi in secondo piano.

Se vediamo i confini come “regole del gioco” (intese come modo per definire chi siamo, che aspettative abbiamo su noi stessi e sugli altri, che immagine abbiamo di noi e che immagine crediamo abbiano gli altri di noi, quali sono i nostri valori) un passo importante sarà iniziare a scrivere le proprie regole senza subirle.
Di conseguenza, per le donne vittime di violenza vuol dire smettere di compiacere la persona che le maltratta, mettendo al primo posto i propri bisogni, la propria dignità, il rispetto di sé, il proprio valore. In una frase potremmo dire “chiedere rispetto e farsi rispettare” stabilendo la giusta distanza.


Questo non è mai un percorso facile ma permette alle donne che partecipano al gruppo di empowerment di ragionare sulla possibilità di raggiungere degli obiettivi fondamentali: iniziare a prendere le loro decisioni; scegliere come voler essere trattate; rinforzare la propria responsabilità nel fare delle scelte e migliorare la propria autostima; allenarsi ad essere autocentrate e non etero-centrate.


E infine, ma non ultimo, l’obiettivo che ritengo sia il più importante da perseguire: fare in modo di essere loro lo specchio di se stesse.

Dott.ssa Emanuela Teresa Galasso
Psicologa clinica

Commenti Facebook