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Si vive più a lungo, ma in Italia si lavora meno che in Europa

  • redazione informamolise
  • 1 ora fa
  • Tempo di lettura: 2 min

I numeri rilevati dalla Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa (Cna) dicono che nel 2025 la durata attesa della vita lavorativa si ferma a 33 anni, il secondo valore più basso dell’Unione Europea dopo la Romania e ben quattro anni e mezzo in meno rispetto alla media Ue, pari a 37,5 anni. 



L’indicatore stima gli anni che un 15enne può attendersi di trascorrere nella forza lavoro, come occupata o disoccupata, sulla base delle attuali condizioni demografiche e di partecipazione. 

Il risultato italiano riflette soprattutto l’ingresso tardivo dei giovani, le carriere discontinue e la bassa partecipazione femminile. 

Nel dettaglio il dato più critico riguarda le donne italiane per le quali la durata attesa della vita lavorativa è di 28,4 anni, contro i 35,4 della media europea. 

Il divario tra uomini e donne raggiunge 8,9 anni ed è il più elevato della Ue. L’occupazione femminile è al 58%, quasi tredici punti sotto la media Ue. 

In un Paese nel quale l’età mediana ha raggiunto 49,1 anni e quasi una persona su quattro è over 65, questo spreco di forza lavoro giovanile e femminile incide sulla sostenibilità della spesa pensionistica, pari al 15,5% del Pil, la quota più elevata dei 27 Stati membri. 

La vera questione previdenziale italiana è una questione di lavoro, produttività e partecipazione. 

In un Paese che invecchia rapidamente, lasciare inutilizzata una parte così ampia del capitale umano non rappresenta soltanto un problema sociale, ma un limite strutturale alla crescita e alla tenuta futura del sistema pensionistico.

A trainare le medie europee Stati come i Paesi Bassi (dove la durata è di 44 anni) e, tra i più grandi, la Germania, con 40,2 anni. 

Rispetto al 2024 ci sono stati dei miglioramenti, ma solo di due mesi di aspettativa lavorativa in più, contro un aumento di tre mesi registrato nella media europea. 

Il nostro Paese è riuscito ad allungare gli anni di lavoro anche rispetto al 2015, quando la durata attesa era di 30,7 anni, ma un aumento di 2,3 anni è poco in confronto alla crescita di 2,6 anni nella Ue, tanto che la forbice tra noi e gli altri si è addirittura allargata. 

Allungare la vita lavorativa, avverte Cna, non può significare congelare il mercato del lavoro; senza nuove assunzioni, staffette generazionali e percorsi di affiancamento, la permanenza degli anziani rischia di rallentare l’ingresso dei giovani e di rendere ancora più difficile il ricambio delle competenze. 

Tra le cose che servono ci sono le politiche mirate per l’occupazione giovanile e femminile, il rafforzamento dell’istruzione tecnica e professionale, l’apprendistato, la conciliazione tra lavoro e famiglia, la formazione continua e l’invecchiamento attivo.

Alfredo Magnifico 

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