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Pietracatella, Di Giacomo: “Una seconda audizione ravvicinata e da sola non è mai un fatto casuale”

  • redazione informamolise
  • 3 ore fa
  • Tempo di lettura: 2 min

Aldo Di Giacomo, segretario generale del Sindacato di Polizia Penitenziaria, psicologo ed esperto di criminologia, da tempo punto di riferimento nell’analisi dei fenomeni criminali e delle loro ricadute sociali e istituzionali, offre sul caso una riflessione di natura psicologica e criminologica, fondata anche su trent’anni di esperienza maturati all’interno del sistema penitenziario e sull’osservazione costante delle dinamiche investigative che accompagnano i delitti più complessi.



“Quando gli investigatori decidono di risentire la stessa persona a distanza di poco tempo, e soprattutto lo fanno separatamente dagli altri, significa che stanno svolgendo un lavoro molto preciso. Non vuol dire automaticamente che quella persona sia colpevole, ma vuol dire quasi sempre che la sua versione viene considerata centrale per ricostruire il quadro.


La seconda audizione serve innanzitutto a verificare la tenuta del racconto. Chi riferisce fatti veri tende, pur con le normali oscillazioni della memoria, a mantenere intatta l’ossatura principale della narrazione. Chi invece omette, copre, attenua o costruisce, molto spesso alla seconda convocazione mostra delle crepe: cambia un orario, corregge un dettaglio, aggiunge particolari prima taciuti oppure diventa eccessivamente prudente proprio sui passaggi più delicati.


Il fatto che la persona venga sentita da sola ha un significato investigativo preciso. Separarla dagli altri protagonisti del contesto familiare o relazionale serve a evitare influenze, condizionamenti, aggiustamenti reciproci delle versioni e perfino semplici sintonie emotive. In sostanza, gli investigatori vogliono capire che cosa resta del racconto quando il dichiarante è lasciato solo davanti ai fatti e alle proprie parole. Dal punto di vista psicologico, la seconda audizione è spesso il momento in cui aumenta la pressione interna.


La persona comprende che chi indaga non si è fermato alla prima impressione, che alcuni elementi sono stati verificati e che ora non basta più una versione generica. È proprio in quel passaggio che possono emergere esitazioni, contraddizioni, giustificazioni non richieste o improvvisi vuoti di memoria selettivi. In termini criminologici una seconda convocazione ravvicinata e individuale indica quasi sempre tre cose: che quella persona è ritenuta importante, che il suo racconto viene testato e che gli investigatori stanno cercando di capire se sia soltanto una testimone significativa oppure un nodo molto più delicato all’interno della vicenda.


Naturalmente spetterà soltanto alla magistratura accertare responsabilità e trasformare sospetti e incongruenze in prove. Ma quando la stessa persona viene richiamata in tempi rapidi e sentita da sola, è evidente che chi indaga sta stringendo il campo e verificando con attenzione dove, dentro quel racconto, possa nascondersi la verità”.

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