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Pietracatella/Di Giacomo: per me Gianni Di Vita non è l'autore del duplice omicidio

  • redazione informamolise
  • 14 ore fa
  • Tempo di lettura: 2 min

«Lo dico con la prudenza che deve accompagnare ogni analisi di un’indagine ancora aperta, ma anche con la chiarezza che si richiede a chi fa criminologia: sulla base degli elementi pubblicamente conosciuti, io non ritengo Gianni Di Vita l’autore del duplice omicidio di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita».



A sostenerlo è Aldo Di Giacomo, criminologo ed esperto di fenomeni criminali,

sugli ultimi sviluppi dell’inchiesta sull’avvelenamento da ricina di Pietracatella.

«Non sto pronunciando un’assoluzione – precisa Di Giacomo – perché non è questo il

compito del criminologo e soprattutto perché non esiste, allo stato, un processo nel quale Di Vita sia imputato. Sto facendo qualcosa di diverso: valuto gli elementi che sono diventati pubblici e dico dove, oggi, questi elementi mi portano».


Gianni Di Vita è stato ascoltato nuovamente dagli investigatori, per la quinta volta, ed è

stato sottoposto a un lungo confronto con una persona già sentita nell’inchiesta. Ma

continua a figurare come persona offesa, mentre il procedimento per il duplice omicidio resta formalmente a carico di ignoti.


«Essere ascoltati cinque volte non significa essere cinque volte più sospetti. Essere messi a confronto con un’altra persona non significa essere messi di fronte alla propria colpevolezza. L’attività investigativa serve proprio a verificare dichiarazioni, ricordi, rapporti e contraddizioni. Trasformarla automaticamente in una progressiva costruzione della colpevolezza è un errore».


Secondo Di Giacomo, intorno alla figura del marito delle vittime si sarebbe invece

prodotto nel tempo un meccanismo tipico dei grandi casi di cronaca.


«È il marito, era nella casa, è sopravvissuto: tre elementi che hanno inevitabilmente

attirato l’attenzione. Ma un punto di partenza investigativo non può trasformarsi in un

punto di arrivo mediatico. La prossimità con le vittime rende necessario verificare una

persona, non la rende colpevole».


Per il criminologo il rischio è quello del cosiddetto confirmation bias, il meccanismo per cui, una volta costruita un’ipotesi, ogni comportamento successivo viene interpretato come una sua conferma.


«Se parla molto, qualcuno dice che vuole convincere. Se parla poco, che nasconde

qualcosa. Se ricorda un dettaglio, che si è preparato. Se non lo ricorda, che mente. Se

viene riconvocato, che gli investigatori stanno stringendo il cerchio. Quando qualunque comportamento può essere utilizzato per confermare la stessa tesi, quella tesi non viene più verificata: viene semplicemente alimentata».


Di Giacomo sottolinea che questo non significa escludere alcun accertamento.

«Gli investigatori devono verificare tutto e tutti, soprattutto in un duplice omicidio così

complesso. Ma noi dobbiamo distinguere l’indagine dal racconto dell’indagine. E nel

racconto pubblico di questi mesi Gianni Di Vita ha finito spesso per assumere il ruolo del sospettato senza esserlo formalmente e, soprattutto, senza che sia stato reso pubblico un elemento oggettivo capace di collocarlo come autore materiale

dell’avvelenamento».


Da qui la conclusione: «Dopo mesi di attenzione sulla sua figura, audizioni, verifiche, accertamenti scientifici e approfondimenti sulle relazioni familiari, io oggi faccio una scelta criminologica precisa: non considero Gianni Di Vita l’assassino di Antonella e Sara. Potrò essere smentito dalle prove, e se accadrà ne prenderò atto. Ma la criminologia non può limitarsi a seguire il sospetto dominante per non rischiare di sbagliare. Deve avere il coraggio di formulare un’ipotesi e soprattutto di lasciarla falsificare dai fatti. A Pietracatella continuiamo quindi a cercare l’autore del duplice omicidio. Ma, per quanto mi riguarda, lo cercherei altrove».

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