Pietracatella/Di Giacomo: medici ancora indagati, duplice omicidio. E se dagli esami non arrivasse la svolta?
«In tutta questa vicenda c’è un aspetto paradossale: per quanto risulta pubblicamente, gli unici indagati restano i cinque medici del filone sanitario, mentre l’indagine per duplice omicidio è ancora contro ignoti. Eppure, secondo quanto riferito dal legale di uno dei sanitari, già durante il ricovero era stato sospettato un avvelenamento ed era stato contattato il Centro antiveleni di Napoli».

Lo afferma Aldo Di Giacomo, criminologo, intervenendo sull’inchiesta per la morte di
Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita: «Desidero riconoscere espressamente la
professionalità del dottor Vincenzo Cuzzone, direttore del reparto di Rianimazione
dell’ospedale Cardarelli di Campobasso. Ha colto fin dalle prime fasi l’anomalia del
quadro clinico e si è attivato tempestivamente, sospettando l’azione di una sostanza
tossica.
Un medico che ha fatto il proprio dovere con grande professionalità, attenzione
e intuito clinico, cercando una spiegazione a ciò che stava accadendo. Il suo contributo merita piena considerazione nella ricostruzione della comparsa dei sintomi e della loro evoluzione. La domanda è quale seguito investigativo abbiano avuto i sospetti emersi in ospedale e con quale tempestività siano stati valorizzati.
Oggi conosciamo il veleno, ma continuiamo a non conoscere chi lo abbia somministrato. C’è poi un elemento sostanziale: nelle conclusioni medico-legali rese note a luglio si affermava che non era possibile sostenere che una diversa condotta sanitaria avrebbe impedito il decesso. Un dato che rende ancora più pressante l’esigenza di chiarire le singole posizioni dei medici, tuttora indagati.
La mia previsione è netta: non mi aspetto che dalla Germania e dalle analisi informatiche emerga la svolta significativa che si continua ad attendere. È una mia
valutazione investigativa, che dovrà confrontarsi con gli esiti effettivi degli accertamenti.
Il passaggio decisivo resta collegare il veleno a una condotta concreta e quella condotta a una persona. Anche un’eventuale traccia su un oggetto richiederebbe di ricostruire chi lo abbia maneggiato e quando. Anche una ricerca informatica dovrebbe essere attribuita a un utilizzatore e collegata alla preparazione del delitto. La quantità degli accertamenti, da sola, non risolve questi passaggi. Se dagli esami non arriveranno elementi significativi, che cosa succederà? Bisognerà verificare se gli elementi già raccolti sostengano davvero le direzioni seguite oppure impongano di riconsiderarle.
Tornare alla cronologia, alle possibilità concrete di accesso agli alimenti, ai contatti delle vittime e alle contraddizioni verificabili. Valutare ogni posizione senza presumere convergenze tra persone con rapporti e interessi differenti. Sarebbe opportuna una pausa di riflessione sul metodo, accompagnata da una rilettura rigorosa degli elementi già raccolti. Dopo dieci mesi, il rischio di un delitto senza responsabili deve essere valutato con lucidità. Antonella e Sara meritano una risposta fondata su elementi investigativi concreti».



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