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Pietracatella/ Di Giacomo: lo dico più nettamente: Gianni Di Vita non è il colpevole. L'autore dell'avvelenamento va cercato altrove

  • redazione informamolise
  • 2 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min

«Nei giorni scorsi avevo detto che, sulla base degli elementi pubblicamente conosciuti, non ritenevo Gianni Di Vita l’autore del duplice omicidio.


Oggi, dopo gli ulteriori sviluppi dell’inchiesta, rafforzo quella valutazione: per me Gianni Di Vita non ha ucciso Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita. L’autore dell’avvelenamento va cercato altrove». Lo afferma Aldo Di Giacomo, criminologo ed esperto di fenomeni criminali, tornando sul caso dell’avvelenamento da ricina di Pietracatella: «È una posizione forte e me ne assumo la responsabilità sul piano dell’analisi criminologica.


Non è una sentenza di innocenza e non pretende di sostituirsi al lavoro della Procura. Ma sarebbe altrettanto comodo aspettare che siano gli investigatori a indicare una direzione e limitarsi, dopo, a commentarla. La criminologia serve anche a formulare ipotesi prima che esista una verità giudiziaria, purché si abbia poi l’onestà di sottoporle alla prova dei fatti».


Di Giacomo sottolinea come negli ultimi mesi l’attenzione pubblica si sia concentrata ripetutamente sulla figura del marito e padre delle vittime: «Di Vita è stato ascoltato più volte, sono stati acquisiti dispositivi elettronici, sono state approfondite le sue relazioni personali ed è stato sottoposto a un lungo confronto. Eppure, per quanto è pubblicamente noto, non è emerso finora quell’elemento oggettivo capace di trasformare il sospetto mediatico in una concreta attribuzione del duplice omicidio».


Secondo il criminologo, anche le indiscrezioni relative a una presunta relazione sentimentale non modificano questa valutazione: «Se quella relazione verrà confermata, potrà spiegare comportamenti, reticenze, imbarazzi o eventuali contraddizioni. Ma continuiamo a confondere due domande completamente diverse: Di Vita aveva qualcosa della propria vita privata che poteva voler nascondere? E Di Vita ha avvelenato sua moglie e sua figlia? La risposta affermativa alla prima domanda non produce automaticamente la risposta affermativa alla seconda».


Di Giacomo aggiunge una valutazione anche sul piano psicologico: «Una persona sottoposta per mesi a pressione investigativa e mediatica può diventare più difensiva, selettiva nel racconto o perfino contraddittoria. Paura, vergogna, bisogno di proteggere la propria immagine o una relazione personale possono incidere sul modo in cui si raccontano i fatti. Questi comportamenti possono avere un significato psicologico senza avere, da soli, un significato omicidiario». Di Giacomo ribadisce quindi un concetto già espresso nei giorni scorsi: «Si può avere qualcosa da nascondere senza nascondere un omicidio. E più l’indagine approfondisce relazioni, conoscenze, contatti, ambienti professionali e tracce digitali, più diventa necessario liberarsi dall’idea che ogni strada debba inevitabilmente riportare a Gianni Di Vita».


Per Di Giacomo, proprio gli sviluppi più recenti renderebbero necessario allargare lo sguardo: «Stanno emergendo ricostruzioni giornalistiche su persone appartenenti alla rete relazionale della famiglia, su contatti avvenuti nei giorni precedenti alla tragedia e su accertamenti relativi alla ricina e alle attività online. Non utilizzo questi elementi per indicare un nuovo colpevole, perché commetterei lo stesso errore che contesto quando viene fatto con Di Vita. Ma una cosa mi sembra sempre più evidente: Pietracatella non può essere letta attraverso un unico uomo».


Il criminologo richiama quindi il rischio del confirmation bias: «Dopo otto mesi il pericolo maggiore è continuare a cercare conferme dell’ipotesi iniziale invece di chiedersi quali ipotesi siano sopravvissute ai fatti. Se ogni interrogatorio di Di Vita diventa sospetto, ogni sua relazione diventa movente e ogni eventuale reticenza diventa indizio, non stiamo più verificando se sia colpevole: stiamo costruendo un racconto nel quale deve esserlo».


Da qui la presa di posizione più netta: «Io quel passaggio non lo faccio. Non considero Gianni Di Vita l’assassino di Antonella e Sara. Non credo che sia stato lui a somministrare la ricina. Non perché disponga di informazioni riservate, che non ho, ma perché questa è la conclusione alla quale mi conduce oggi la lettura criminologica degli elementi resi pubblici». «Naturalmente posso sbagliare. Se domani emergerà una prova oggettiva contraria, la analizzerò e cambierò valutazione. Questa non è debolezza: è il metodo. Un’ipotesi seria deve poter essere smentita».


Di Giacomo conclude: «Ma fino a quando quella prova non emergerà, non utilizzerò otto mesi di sospetti come sostituto della prova. Per me Gianni Di Vita non è l’assassino. E se vogliamo capire chi ha ucciso Antonella e Sara, dobbiamo avere il coraggio di guardare altrove. Non significa indicare oggi un altro nome. Significa smettere di pretendere che tutte le strade debbano portare allo stesso nome».

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