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Pietracatella/Di Giacomo: Lasciate in pace Gianni Di Vita. Preoccupa che dopo quasi dieci mesi non ci siano indagati

redazione informamolise
44 minuti fa
Tempo di lettura: 3 min

«Le parole pronunciate da Gianni Di Vita nelle ultime ore sono, a mio giudizio, parole di equilibrio. Non quelle di un uomo che vuole sottrarsi alle domande, ma quelle di un padre e di un marito che da quasi dieci mesi vive contemporaneamente un dolore enorme e una pressione mediatica altrettanto enorme.



Di Vita dice, in sostanza, due cose molto semplici: sulle indagini devono lavorare gli investigatori e il dolore appartiene alla dimensione personale. Ha ragione. Il dolore non si misura dal numero delle interviste rilasciate e nemmeno dalle lacrime versate davanti a una telecamera. Non esiste un comportamento standard al quale debba conformarsi chi perde contemporaneamente una moglie e una figlia.


C'è chi parla, chi tace, chi piange davanti agli altri e chi riesce a farlo soltanto quando rimane solo. Pretendere di ricavare indicatori di colpevolezza o innocenza da queste reazioni significa abbandonare la criminologia per entrare nel terreno delle suggestioni. Allo stesso modo, ritengo corretto che Di Vita non entri nel merito degli accertamenti investigativi. Le indagini hanno le loro sedi, i loro tempi e soprattutto informazioni che non appartengono al dibattito televisivo.


Da mesi sostengo una posizione precisa e non vedo, allo stato degli elementi pubblicamente conosciuti, ragioni per modificarla: continuo a ritenere Gianni Di Vita estraneo al duplice omicidio di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita. È una mia valutazione criminologico-investigativa, naturalmente suscettibile di essere smentita da elementi nuovi, ma oggi per me è persino più forte rispetto a qualche mese fa.


In questi quasi dieci mesi Di Vita è stato ascoltato, osservato, esposto mediaticamente, sono stati controllati ambienti e dispositivi riconducibili alla sua vita personale e professionale. Eppure non risulta indagato per il duplice omicidio. A questo punto credo sia ragionevole concedergli almeno ciò che lui stesso ha chiesto: per un momento considerare anche l'ipotesi più semplice, e cioè che sia soltanto un uomo al quale hanno ucciso la moglie e la figlia. E lasciarlo in pace.


La mia preoccupazione, oggi, è semmai un'altra ed è strettamente investigativa.

Dopo quasi dieci mesi di indagini, centinaia di audizioni, accertamenti scientifici, analisi informatiche, perquisizioni e verifiche effettuate con mezzi investigativi importanti, nel fascicolo per il duplice omicidio continua a non emergere pubblicamente un'iscrizione nel registro degli indagati.


Questo dato non significa automaticamente che le indagini siano ferme. Sarebbe

sbagliato sostenerlo. Ma, proprio considerando l'enorme quantità e qualità del lavoro

svolto, pone una domanda che non può essere evitata.

Quanto è ancora ampio il perimetro investigativo?


La mia impressione è che oggi quel perimetro sia diventato molto stretto. Le posizioni

realmente da chiarire, secondo la mia analisi degli elementi conosciuti, sono ormai

essenzialmente tre, riconducibili alla rete di prossimità delle vittime e alle direttrici sulle quali gli stessi accertamenti degli ultimi mesi sembrano essersi concentrati.


Ed è proprio per questo che l'assenza di iscrizioni comincia a preoccuparmi. Non perché si debba iscrivere qualcuno per soddisfare l'opinione pubblica. Sarebbe una

follia. E nemmeno perché un'iscrizione equivalga a una responsabilità: essere indagati

non significa essere colpevoli.


La questione è un'altra: se dopo quasi dieci mesi il perimetro è realmente così ristretto, bisogna capire se gli elementi raccolti consentano finalmente di attribuire fatti e condotte a persone determinate oppure se, nonostante l'enorme lavoro svolto, manchi ancora il collegamento decisivo.


È questo il rischio che oggi vedo: non vorrei che, dopo aver illuminato praticamente ogni angolo della vicenda, si stesse ancora cercando l'interruttore. Antonella e Sara sono state uccise con la ricina. Questo resta il punto fermo. Non servono colpevoli mediatici e non servono nuovi processi televisivi. Serve capire chi aveva interesse ad agire, chi poteva avvicinarsi alle vittime senza destare sospetti, chi aveva accesso al possibile veicolo di somministrazione e, soprattutto, come il veleno sia entrato concretamente nella loro vita.


Il tempo delle ipotesi infinite dovrebbe essere terminato. Ora devono essere gli elementi raccolti a indicare la direzione.

E mentre attendiamo che questo accada, almeno una cosa possiamo farla: smettere di

trasformare Gianni Di Vita nel protagonista quotidiano di un delitto per il quale, allo stato, non risulta accusato di nulla.


Aldo Di Giacomo

Poliziotto Penitenziario

Segretario Generale del Sindacato S.PP.

Criminologo ed esperto in fenomeni criminali

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