Pietracatella/Di Giacomo: l'inchiesta va avanti tra indiscrezioni e smentite
«L’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita continua ad andare avanti, ma ormai quasi quotidianamente siamo costretti a distinguere ciò che emerge realmente dalle indagini da ciò che viene anticipato sui giornali e, poco dopo, smentito ufficialmente. Prima l’indirizzo IP che avrebbe consentito di individuare il computer dal quale sarebbero state effettuate ricerche sulla ricina.

Poila presunta collaborazione dell’FBI. Notizie di enorme rilevanza investigativa che, se fossero confermate, potrebbero cambiare lo scenario dell’inchiesta. Proprio per questo non possono essere trattate come semplici indiscrezioni. Quando una notizia viene smentita dagli organi investigativi, qualcuno dovrebbe domandarsi da dove sia arrivata, su quali elementi fosse fondata e soprattutto quale effetto produca sull’opinione pubblica. Perché mettere in circolazione una “svolta” che poi non trova conferma non significa soltanto creare confusione: significa costruire nell’immaginario collettivo una verità investigativa che, negli atti, potrebbe non esistere. Spero che Pietracatella non diventi un’altra Garlasco, dove il
dibattito pubblico rischia continuamente di trasformarsi nella ricerca del colpevole prima ancora che nella verifica rigorosa delle prove. Il metodo dovrebbe essere esattamente l’opposto: non partire da una persona per cercare tutto ciò che possa accusarla, ma partire dai fatti, dalle prove e dalle contraddizioni per capire dove conducono.
A Pietracatella, dopo nove mesi, le domande fondamentali restano ancora sul tavolo: come è arrivata la ricina alle vittime? Qual è stato il vettore? Dove è avvenuta la
contaminazione? Chi poteva accedere a quel contesto? Quali relazioni e contatti delle
vittime non sono stati ancora sufficientemente approfonditi?
È su queste domande che bisogna lavorare. E proprio per questo considero
positivamente che nelle ultime settimane l’attività investigativa sembri essersi allargata anche a persone e relazioni rimaste fino ad ora molto meno esposte mediaticamente. Da tempo sostengo che la soluzione potrebbe trovarsi non necessariamente tra i nomi ripetuti ogni giorno sui giornali, ma anche in quella parte della rete relazionale delle vittime sulla quale l’attenzione pubblica è stata minore.
Non significa indicare nuovi sospettati. Significa esattamente il contrario: smettere di cercare un colpevole e cominciare a cercare la prova. Le indagini hanno bisogno di silenzio, metodo e verifiche.
Le indiscrezioni possono essere utili al racconto giornalistico; quando però diventano
false svolte investigative, rischiano di fare danni. In un duplice omicidio così complesso non abbiamo bisogno di un colpevole mediatico. Abbiamo bisogno del colpevole vero, individuato attraverso prove vere.»



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