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Pietracatella/Di Giacomo: individuato il vettore, il cerchio si stringe. Non serve completare il puzzle per iscrivere un indagato

  • redazione informamolise
  • 2 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min

«Se, come riportato nelle ultime ore, gli accertamenti svolti in Germania hanno consentito di individuare anche il vettore attraverso il quale la ricina sarebbe stata somministrata ad Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, siamo davanti a un passaggio investigativo di enorme rilevanza.



A questo punto continuare ad attendere il completamento di ogni singolo accertamento scientifico prima di procedere alle eventuali iscrizioni nel registro degli indagati sarebbe una scelta che, sul piano investigativo e giuridico, diventa sempre più difficile comprendere».

Lo afferma Aldo Di Giacomo, criminologo ed esperto di fenomeni criminali, intervenendo nuovamente sul duplice omicidio di Pietracatella.


«La ricina è stata individuata, le autopsie hanno confermato l'intossicazione, sono stati analizzati decine di alimenti, sono stati sequestrati telefoni e dispositivi, sono state ascoltate numerosissime persone e adesso sarebbe stato individuato persino il possibile vettore. Soprattutto, tutto continua a ricondurre a un ambiente circoscritto e a un numero necessariamente ristretto di persone che potevano avere accesso alle vittime, conoscerne le abitudini e avere la concreta possibilità di entrare in contatto con ciò che è stato utilizzato per somministrare il veleno».


Per Di Giacomo «criminologicamente questo è un punto decisivo. L'individuazione del

vettore non allarga il campo investigativo: lo restringe ulteriormente. Consente di

concentrarsi sull'accesso, sull'opportunità, sulla disponibilità materiale del prodotto o

dell'alimento contaminato e sulla conoscenza delle abitudini delle vittime. Non siamo di fronte a un delitto commesso da uno sconosciuto in un luogo casuale. Siamo davanti a un duplice avvelenamento maturato in un contesto di prossimità».


Ma è soprattutto sul piano processuale che, secondo Di Giacomo, occorre evitare un

equivoco.

«L'iscrizione nel registro degli indagati non è una sentenza di condanna e neppure

un'anticipazione della responsabilità penale. Per iscrivere una persona non occorre avere completato il puzzle investigativo e non occorre avere già raccolto la prova definitiva della sua colpevolezza. La legge richiede la presenza di indizi a carico della persona. La completezza del quadro probatorio appartiene a una fase diversa».


«È proprio per questo che continuo a ritenere discutibile l'idea secondo cui bisognerebbe aspettare che tutti gli elementi del grande puzzle arrivino a destinazione. Il puzzle dovrà certamente essere completato per ricostruire responsabilità e sostenere un'accusa, ma non può diventare il presupposto per ogni precedente passaggio processuale».


Di Giacomo parla quindi di una “indagine caratterizzata da una successione di rinvii che oggi richiede una spiegazione investigativa”. «Si poteva iniziare prima a lavorare sull'ipotesi dell'avvelenamento volontario quando già in ambito sanitario erano emersi sospetti di avvelenamento. Si poteva approfondire immediatamente quella circostanza. Uno dei medici ha persino chiesto di essere ascoltato spontaneamente e quell'audizione è stata rinviata in attesa della consulenza tecnica.


Poi si è aspettata l'identificazione della sostanza, quindi gli accertamenti sugli alimenti, poi gli specialisti tedeschi, poi il nuovo sopralluogo e adesso i risultati dei 131 campioni inviati in Germania».


«La scienza forense è fondamentale, ma deve supportare l'indagine, non sostituirla.

Un'investigazione per omicidio non può essere costruita come una sequenza nella quale ogni attività ordinaria viene rinviata in attesa dell'accertamento scientifico successivo». Di Giacomo pone quindi quella che definisce «la domanda che oggi non può più essere elusa»:

«Che cosa accadrebbe se dagli altri campioni analizzati in Germania non emergessero

ulteriori elementi decisivi?»


«Non si potrebbe certo concludere che il duplice omicidio non esiste. Non sparirebbero la ricina, le due vittime, il possibile vettore e tutto ciò che è stato raccolto in questi mesi. E allora che cosa si aspetterebbe ancora? Un altro esame, un'altra consulenza, un altro tassello? È proprio questo il rischio di subordinare l'intera indagine alla ricerca del puzzle perfetto».


«Dopo quasi otto mesi il punto, a mio avviso, è ormai molto semplice: o esistono già

indizi individualizzati nei confronti di una o più persone, e allora è legittimo domandarsi perché non si sia ancora proceduto alle relative iscrizioni; oppure questi indizi ancora non esistono, nonostante la mole eccezionale di attività investigativa svolta, e allora diventa necessario interrogarsi seriamente sull'impostazione seguita finora.»


«L'iscrizione non serve a indicare pubblicamente un colpevole. Serve anche a

garantire la persona sottoposta alle indagini e a consentire che gli accertamenti vengano svolti nel pieno rispetto delle garanzie difensive. Per questo continuare a confondere l'iscrizione con una dichiarazione di colpevolezza rischia di capovolgere il significato stesso dell'istituto».


Di Giacomo conclude:

«Pietracatella non ha più bisogno dell'annuncio che la svolta arriverà quando sarà

collocato l'ultimo tassello. Ha bisogno che gli elementi già raccolti vengano letti insieme. Se davvero è stato trovato anche il vettore, il cerchio investigativo oggi è molto più stretto. La domanda non è più soltanto come sia entrata la ricina in quella casa. La domanda è chi aveva accesso, possibilità, conoscenza e occasione per utilizzarla. Ed è una domanda alla quale non si può rispondere rinviando indefinitamente al prossimo risultato di laboratorio».

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