Pietracatella/Di Giacomo: il sospetto non può diventare una condanna sociale
Il criminologo: «Condivido le parole di Gianni Di Vita. La ricerca della verità richiede responsabilità anche nel racconto pubblico» «Di Pietracatella si deve continuare a parlare e a scrivere. Conta, però, la qualità di ciò che viene detto, il fondamento delle affermazioni e il rispetto per le persone coinvolte».

È la riflessione di Aldo Di Giacomo, criminologo ed esperto di fenomeni criminali, sulla dimensione sociale e mediatica della vicenda: «Ho studiato decine di casi criminali e ritengo che quello di Pietracatella sia destinato a entrare nella letteratura criminologica internazionale, anche per le dinamiche collettive che sta facendo emergere. Accanto alla gravità della tragedia, mi preoccupa profondamente la trasformazione del sospetto in una condanna sociale».
Per Di Giacomo, uno degli aspetti più allarmanti è la costruzione pubblica del colpevole attraverso i social. «Una parte del pubblico sembra sentirsi autorizzata a insultare e pronunciare sentenze contro il sospettato del momento. Ogni gesto, parola o silenzio viene interpretato come conferma di una convinzione già maturata. Quando cambia la narrazione, cambia il bersaglio, mentre restano le conseguenze dell’esposizione e delle accuse. La ripetizione di un’ipotesi può farla apparire accertata e l’aggressività del gruppo può legittimare quella dei singoli. È una deriva che rivela una preoccupante perdita di responsabilità e di rispetto: dietro ogni nome ci sono persone e famiglie, sulle quali le parole pubbliche possono produrre conseguenze concrete».
La riflessione riguarda anche il racconto quotidiano del caso. «Mi preoccupa il moltiplicarsi di dirette e contenuti che annunciano novità e ripropongono informazioni già conosciute. Quando l’esigenza di mantenere alta l’attenzione prevale sulla verifica, ogni dettaglio diventa una presunta svolta. Si alimenta così un circuito nel quale il pubblico pretende aggiornamenti continui e l’assenza di fatti nuovi viene riempita con supposizioni».
Di Giacomo interviene anche sulle dichiarazioni di Gianni Di Vita diffuse il 5 novembre. «Condivido ogni singola parola della sua intervista. Ha ribadito di volere la verità, per giustizia e per poter dare risposte a sua figlia. Trovo profondamente sbagliato pretendere che dimostri continuamente questo desiderio attraverso dichiarazioni e appelli pubblici. A chi dovrebbe fare ancora appello? Quante volte dovrebbe ripetere di voler sapere che cosa è accaduto a sua moglie e a sua figlia?». «Chi ha subito una perdita così grave deve poter scegliere quando parlare, come esprimere il dolore e quando sottrarsi alle telecamere. Pretendere una determinata reazione emotiva significa imporgli un copione scritto da altri».
«La serietà dell’informazione e dell’analisi si riconosce anche dalla capacità di ammettere ciò che ancora non sappiamo — conclude Di Giacomo —. Continuare a parlare di Pietracatella richiede rigore, misura e rispetto per Antonella, Sara e per chi vive le conseguenze della loro morte. Ogni parola pubblica dovrebbe essere all’altezza di questa responsabilità».



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