top of page

Pietracatella/Di Giacomo: il cambio rotta porterà risultati. Per me Di Vita non centra

redazione informamolise
3 minuti fa
Tempo di lettura: 2 min

«Sono convinto che il cambio di rotta nelle indagini porterà risultati. Le nuove verifiche informatiche disposte nelle scuole di Riccia e Campobasso rappresentano, nella mia lettura, un ampliamento concreto del campo investigativo. È una direzione che considero giusta: approfondire ambienti, contatti e possibilità di accesso, cercando elementi capaci di ricostruire ciò che è accaduto».




Lo dichiara Aldo Di Giacomo, criminologo, commentando gli ultimi sviluppi dell’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita: «Sul piano investigativo, il valore di questi accertamenti dipenderà dalla possibilità di collegare eventuali tracce digitali a persone, tempi e comportamenti precisi. Su un computer condiviso, una ricerca sulla ricina richiede di stabilire chi utilizzasse il dispositivo, quando e in quale contesto. Occorre distinguere le attività precedenti all’avvelenamento da quelle successive e incrociarle con gli altri elementi dell’indagine. È questo lavoro che può trasformare un dato informatico in un riscontro utile». Di Giacomo ribadisce i punti fermi della propria analisi: «Per me resta un omicidio di prossimità. La prossimità va intesa come conoscenza delle vittime, delle loro abitudini e del loro ambiente, insieme alla possibilità concreta di avvicinarle o di accedere a ciò che avrebbero consumato. È un concetto che comprende anche relazioni amicali e frequentazioni abituali. Il criterio investigativo deve essere la reale possibilità di agire, da verificare attraverso i fatti. Nella mia analisi, Gianni Di Vita non c’entra. Continuo a ritenerlo estraneo al delitto e mantengo questa posizione. Le convocazioni, le perquisizioni e l’interesse delle telecamere non possono sostituire gli elementi che servono per attribuire una responsabilità. Le valutazioni devono reggere alla verifica dei fatti, anche quando contraddicono la ricostruzione più ripetuta». Il criminologo richiama quindi la responsabilità del dibattito pubblico: «Di Pietracatella bisogna parlare. Antonella e Sara meritano attenzione e la loro famiglia merita risposte. Ma oggi troppe interpretazioni vengono presentate senza che sia possibile riconoscere gli elementi su cui poggiano. Si parte da un’indiscrezione, si costruisce una teoria e, a forza di ripeterla, la si fa apparire come una certezza. Così il sospetto acquista il peso di una prova senza averne la consistenza. Un’analisi criminologica seria deve spiegare quali fatti sostiene, quali domande apre e quali risultati potrebbero smentirla. Questo vale anche per la mia. La notorietà di un commentatore non rende più solida un’ipotesi: la rendono solida i riscontri. La mia fiducia in questa nuova direzione investigativa è netta. Mi aspetto risultati dal lavoro su accessi, relazioni e tracce verificabili. Per arrivare alla verità bisogna ricostruire chi poteva agire, come e in quale momento. Antonella e Sara meritano questo rigore, e chi è estraneo ai fatti merita di non diventare il colpevole di una narrazione».

Commenti


bottom of page