Pietracatella/Di Giacomo: faccio fatica a comprendere la direzione delle indagini. Ancora nessun indagato
Aldo Di Giacomo, criminologo: «Dopo un'attività investigativa straordinaria per quantità e qualità, è difficile immaginare che si possa ancora allargare il campo a nuove figure. Se così fosse, bisognerebbe interrogarsi sui risultati ottenuti fino a oggi.

Devo ammettere che, per la prima volta dall'inizio di questa vicenda, faccio realmente fatica a comprendere la direzione che stanno prendendo le indagini sul duplice omicidio di Pietracatella. Non è una critica pregiudiziale al lavoro degli investigatori, al quale ho sempre riconosciuto un impegno straordinario, ma una riflessione strettamente criminologica e investigativa che nasce dall'analisi complessiva delle attività svolte fino a oggi.
Sono stati ascoltati numerosi testimoni, effettuate perquisizioni, sequestrati dispositivi elettronici, acquisiti dati informatici, disposti accertamenti tossicologici anche all'estero e impiegate strutture investigative e scientifiche di elevatissima specializzazione. Un'attività imponente, difficilmente riscontrabile, per intensità e articolazione, in molte altre indagini per omicidio. Eppure, per quanto risulta pubblicamente, ancora oggi non abbiamo un solo iscritto nel registro degli indagati per il duplice omicidio di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita.
È proprio questo il dato sul quale ritengo necessario fermare l'attenzione. Il perimetro investigativo, a mio giudizio, si è ormai ristretto intorno a tre posizioni sulle quali sembrano concentrarsi gli accertamenti. Non significa che queste persone siano responsabili, né che siano necessariamente sospettate dagli inquirenti. Significa che, attraverso l'analisi delle attività conosciute, appare sempre più difficile immaginare ulteriori direzioni investigative completamente nuove.
E allora la domanda diventa inevitabile: che cosa si sta ancora cercando? Se gli investigatori hanno già individuato una possibile responsabilità, occorre comprendere quali elementi manchino per consolidarla. Se invece non è ancora emersa una direzione sufficientemente definita, il problema investigativo assume una dimensione diversa.
Perché dopo tanti mesi, tante audizioni, tanti accertamenti e un impiego così significativo di uomini, mezzi e competenze, sarebbe difficile comprendere come il campo delle possibili responsabilità possa ancora ampliarsi anziché restringersi. Mi auguro che il perimetro sia realmente quello attuale e che gli accertamenti in corso servano a individuare elementi decisivi all'interno di un quadro investigativo già sufficientemente circoscritto.
Diversamente, se dopo tutto questo lavoro dovessero emergere nuove figure, fino a oggi rimaste completamente estranee alle principali direttrici investigative, bisognerebbe prendere atto che l'enorme attività svolta non è ancora riuscita a individuare una pista sufficientemente solida. Non significherebbe necessariamente che ogni accertamento sia stato inutile: anche escludere una pista rappresenta un risultato investigativo. Ma sarebbe inevitabile interrogarsi sull'efficacia complessiva del percorso seguito e sulla capacità di trasformare una quantità straordinaria di informazioni in elementi concreti di individuazione delle responsabilità.
Continuo a ritenere che siamo di fronte a un omicidio di prossimità, che non significa necessariamente un delitto maturato all'interno della famiglia, ma un'azione riconducibile a qualcuno che conosceva le vittime, le loro abitudini e le possibilità concrete di accesso all'ambiente nel quale si sarebbe verificata la somministrazione del veleno. Resto inoltre convinto dell'estraneità di Gianni Di Vita, sulla base degli elementi finora conosciuti, pur trattandosi di una valutazione criminologica e non di un accertamento giudiziario. Il vero problema, oggi, non è continuare ad aggiungere nomi, ma comprendere se tra le posizioni già esaminate esista un collegamento concreto con la ricina, con la sua disponibilità e con le modalità della somministrazione. Non basta individuare chi avrebbe potuto avere un movente. Occorre individuare chi avrebbe potuto materialmente realizzare il delitto. E soprattutto occorre trovare elementi capaci di trasformare una possibilità astratta in una ricostruzione investigativa verificabile.
Non conosco gli atti riservati dell'inchiesta e non posso escludere che gli investigatori dispongano di elementi non ancora emersi pubblicamente. Proprio per questo la mia riflessione riguarda esclusivamente ciò che oggi è possibile analizzare dall'esterno. Ma un punto, a mio avviso, resta fermo: dopo un lavoro investigativo di questa portata, il problema non dovrebbe più essere individuare decine di possibili protagonisti, bensì comprendere se esistano elementi sufficienti per restringere definitivamente il campo. Mi auguro che gli investigatori siano molto più avanti di quanto sia possibile comprendere dalle informazioni disponibili.
Perché, diversamente, dopo uno sforzo straordinario per quantità, qualità e risorse impiegate, dovremmo prendere atto che il nodo centrale dell'indagine resta ancora irrisolto. E questo, a distanza di tanti mesi dalla morte di Antonella e Sara, sarebbe il dato più preoccupante».



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