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Pietracatella/Di Giacomo: dopo 9 mesi non basta più dire che il cerchio si stringe

redazione informamolise
1 ora fa
Tempo di lettura: 3 min

Da settimane assistiamo a ricostruzioni giornalistiche che cambiano continuamente.

Prima quattro o cinque posizioni attenzionate, poi tre o quattro, oggi due. Prima la pista familiare, poi quella passionale. E da oltre un mese leggiamo che le iscrizioni nel

registro degli indagati sarebbero imminenti. A nove mesi dalla morte di Antonella e

Sara credo sia arrivato il momento di porsi qualche domanda in più.



Comprendo perfettamente la complessità di un’indagine di questo tipo. Parliamo di un

avvelenamento da ricina, di accertamenti scientifici particolarmente sofisticati, di

consulenti di altissimo livello e del coinvolgimento di strutture specialistiche anche

internazionali. Ma proprio per questo, dopo nove mesi, sorprende che ancora non

emerga pubblicamente una definizione più chiara delle posizioni.


Se esistono indizi nei confronti di una persona, l’ordinamento prevede l’iscrizione nel

registro degli indagati. L’iscrizione non significa colpevolezza. Al contrario, serve

proprio a consentire che quella posizione venga sottoposta al vaglio investigativo

all’interno di una cornice processuale precisa, con tempi e garanzie determinate.

Quello che invece sembra emergere dalle ricostruzioni di queste settimane è quasi il

percorso opposto: prima si cerca di restringere progressivamente il campo, passando

da quattro o cinque persone a tre, poi a due, forse infine a una, e soltanto dopo si

dovrebbe arrivare all’iscrizione.


Se fosse realmente questa l’impostazione, comincerei ad avere qualche dubbio.

L’impressione è che si voglia arrivare alla soluzione del caso già nella fase contro

ignoti, individuando prima il possibile responsabile e formalizzando soltanto

successivamente la sua posizione. Ma iscrizione e accertamento della responsabilità

sono due momenti diversi. L’iscrizione serve proprio a consentire che gli elementi a

carico e quelli a favore di una determinata persona vengano verificati nel pieno rispetto delle regole processuali.


Sono trascorsi nove mesi. È stata ascoltata una parte enorme della comunità. Familiari, amici e conoscenti sono stati sentiti e in alcuni casi risentiti. Sono stati effettuati accertamenti su alimenti, reperti e campioni biologici. Sono stati coinvolti esperti di livello internazionale e strutture scientifiche tra le più qualificate disponibili.

Eppure continuiamo a leggere che “il cerchio si stringe”.


Dopo nove mesi questa formula non può più bastare. Non sappiamo quanto della

confusione che emerge all’esterno appartenga realmente alle indagini e quanto sia

invece frutto delle indiscrezioni giornalistiche. Questo va detto con chiarezza. Ma

comincio a pensare che qualche problema possa esserci anche nell’impostazione

investigativa, perché a distanza di nove mesi non è normale che il dibattito pubblico sia ancora fermo al numero delle persone attenzionate e alla pista del giorno.


La domanda ormai è semplice: si stanno cercando elementi per verificare ipotesi

investigative precise oppure si sta ancora cercando di capire quale ipotesi

seguire?


Perché sono due cose molto diverse.

E se dopo nove mesi, centinaia di audizioni, analisi scientifiche di altissimo livello e un enorme lavoro investigativo siamo ancora nella fase in cui quattro persone diventano tre, poi due, mentre le iscrizioni vengono annunciate come imminenti da settimane, allora bisogna avere il coraggio di dirlo: qualcosa non convince.


Il rischio è che si cerchi di costruire una soluzione perfetta prima ancora di formalizzare le singole posizioni. Ma le indagini servono proprio a verificare se una posizione regge oppure no.


Il mio timore è che, continuando così, Pietracatella possa diventare un caso pieno di

fascicoli, perizie, interrogatori e sospetti ma senza arrivare mai a individuare con

certezza chi ha ucciso Antonella e Sara.

E dopo nove mesi questa non è più soltanto un’impressione che possiamo ignorare.

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