Pietracatella/Di Giacomo: 160 verbali sono tanti, ora bisogna ricostruire tutto senza scorciatoie mediatiche
- redazione informamolise
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«Che la ricina potesse essere presente in Molise non è una sorpresa. Lo avevamo già detto ampiamente: non bisognava immaginare necessariamente laboratori sofisticati, traffici internazionali o scenari lontani dal territorio.

In una vicenda come quella di Pietracatella, il punto non è soltanto dove si trovi la sostanza, ma chi poteva conoscerla, procurarsela, manipolarla e soprattutto farla arrivare dentro la vita quotidiana delle vittime». Lo dichiara Aldo Di Giacomo, psicologo, esperto di criminologia e profondo conoscitore delle dinamiche criminali maturate anche attraverso trent’anni di esperienza nel sistema penitenziario, intervenendo sul duplice omicidio di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, morte dopo l’avvelenamento da ricina.
«La presenza del ricino sul territorio rafforza una lettura che sosteniamo da tempo: questo non appare come un delitto lontano, improvvisato o casuale. È un omicidio di prossimità. Il veleno è l’arma di chi può avvicinarsi, osservare, attendere, conoscere le abitudini delle vittime e colpire senza apparire come un pericolo. La ricina può spiegare il mezzo, ma non basta a spiegare il delitto. Per arrivare alla verità bisogna capire chi aveva accesso, fiducia e movente».
Secondo Di Giacomo, il dato dei circa 160 verbali raccolti è particolarmente significativo. «Centosessanta verbali sono tantissimi per un’indagine di questo tipo. Non sono un dato burocratico: sono il segnale di una ricostruzione ampia, complessa, faticosa. Vuol dire che gli investigatori stanno passando al setaccio relazioni familiari, rapporti personali, amicizie, frequentazioni, abitudini, contraddizioni, dichiarazioni ripetute e possibili elementi di riscontro.
Quando si arriva a un numero così elevato di persone ascoltate, significa che l’indagine non può essere letta con superficialità. Ogni parola può essere utile, ma ogni parola deve essere verificata».
Per Di Giacomo, proprio l’enorme mole di verbali conferma che il caso non può essere risolto inseguendo suggestioni o titoli ad effetto. «Bisogna ricostruire tutto con attenzione: chi frequentava la casa, chi conosceva gli orari, chi sapeva cosa accadeva nella famiglia, chi poteva avere un rancore, chi poteva avere un interesse, chi poteva aver detto una cosa oggi e un’altra domani. In un omicidio di prossimità non si cerca solo un assassino, si ricostruisce un mondo.
È lì dentro che spesso si nasconde il movente». Di Giacomo sottolinea anche la delicatezza della fase investigativa. «Quando gli investigatori raccolgono così tanti verbali e tornano più volte sugli stessi ambienti, significa che stanno cercando di trasformare una teoria in prova. Ed è qui che bisogna essere seri: una pista criminologica può indicare una direzione, ma non basta per reggere in giudizio. Servono riscontri tecnici, scientifici, digitali e testimoniali. Il sospetto può aprire una porta, ma solo la prova può farla attraversare».
Resta centrale, secondo Di Giacomo, la possibile presenza femminile nella dinamica del delitto. «Lo abbiamo detto più volte: dal punto di vista psicologico e criminologico, la presenza di una donna, da sola o con un’altra persona, resta una chiave interpretativa molto forte.
Non perché si debba cercare una figura da romanzo nero, ma perché il veleno richiama accesso, vicinanza, conoscenza delle abitudini, relazione e fiducia tradita. Se questa pista venisse confermata, saremmo davanti a un caso di enorme interesse criminologico, perché unirebbe avvelenamento, prossimità familiare e possibile autrice donna, elementi che insieme rendono la vicenda rarissima».
«La verità — conclude Di Giacomo — non arriverà da una sola pianta, da un solo verbale o da una frase estrapolata. Arriverà dalla somma paziente di tutti gli elementi: sostanza, tempi, accessi, dispositivi elettronici, testimonianze, movente e comportamento delle persone vicine alle vittime.
Pietracatella non è una fiction a puntate. È un’indagine reale, delicata, in cui bisogna ricostruire tutto con precisione chirurgica. Perché in un caso così complesso il rischio non è solo non trovare il colpevole: è costruire una verità incompleta»