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Pietracatella, Di Giacomo: 131 nuovo campioni, ma la scienza non può diventare l'alibi per rinviare all'infinito le decisioni investigative

  • redazione informamolise
  • 21 minuti fa
  • Tempo di lettura: 4 min

“La concentrazione degli accertamenti nella casa restringe ulteriormente il perimetro investigativo. Dopo sette mesi è legittimo chiedersi come sia possibile che il fascicolo per il duplice omicidio resti ancora contro ignoti”. Il lungo sopralluogo effettuato il 30 luglio nell’abitazione di Pietracatella, con il prelievo di 131 campioni destinati agli specialisti del Robert Koch Institute di Berlino, rappresenta certamente un passaggio importante dell’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita.



«Gli esperti hanno cercato eventuali tracce di ricina e componenti riconducibili alla pianta del Ricinus communis su superfici, mobili, suppellettili, indumenti e oggetti presenti nell’immobile. Si tratta di accertamenti complessi dai quali potrebbero arrivare risposte importanti sul luogo nel quale il veleno sarebbe stato preparato, manipolato o somministrato», afferma Aldo Di Giacomo. Ma proprio la concentrazione delle analisi scientifiche all’interno della casa pone una questione investigativa e criminologica che non può essere ignorata. Se gli accertamenti sono orientati a verificare se la ricina sia stata preparata o manipolata in quell’abitazione, appare ragionevole ritenere che l’attenzione investigativa sia inevitabilmente rivolta verso persone che conoscevano profondamente quell’ambiente, che potevano accedervi o che erano in grado di muoversi al suo interno senza suscitare allarme o sospetto.


Questo non significa attribuire responsabilità a chi abitava nella casa né anticipare conclusioni che spettano esclusivamente alla magistratura. Significa però riconoscere che, sul piano criminologico, il perimetro dei possibili autori non appare illimitato. La ricina non è una sostanza che può essere preparata, custodita e somministrata per caso. Richiede conoscenza, organizzazione, tempo e una certa possibilità di agire senza essere scoperti. Se l’ipotesi investigativa è che una parte della preparazione sia avvenuta nell’abitazione, allora diventa ancora più probabile che l’autore o gli autori avessero familiarità con quei luoghi e con le abitudini delle vittime.


Quanto più la ricerca scientifica si concentra nella casa, tanto più si restringe lo spazio entro il quale individuare chi avrebbe avuto la possibilità concreta di preparare il veleno, conservarlo e somministrarlo. «Ed è proprio questa progressiva delimitazione del campo investigativo», osserva Di Giacomo, «a rendere ancora più forte la perplessità sull’apparente assenza di persone formalmente indagate per il duplice omicidio». Dopo oltre sette mesi, un numero eccezionale di persone ascoltate, interrogatori ripetuti, telefoni e computer sequestrati, analisi delle comunicazioni, esami tossicologici, autopsie, verifiche sugli alimenti, prelievi biologici e ora altri 131 campioni, non si può continuare a rappresentare ogni nuovo accertamento come se l’indagine dovesse ripartire ogni volta dall’inizio. La prudenza investigativa è necessaria, soprattutto in un caso così raro e complesso. Tuttavia, come abbiamo già sostenuto, la prudenza non può trasformarsi in paralisi. La scienza può indicare dove si trovava la ricina, su quale oggetto potrebbe essere stata manipolata e attraverso quale alimento o bevanda potrebbe essere stata somministrata.


Ma una traccia scientifica, da sola, difficilmente potrà ricostruire il movente, i rapporti tra le persone, la preparazione dell’azione e le responsabilità individuali. La verità dovrà emergere dall’unione tra dati scientifici, dichiarazioni testimoniali, contenuti dei dispositivi elettronici, comportamenti precedenti e successivi ai fatti e relazioni esistenti all’interno del ristretto ambiente nel quale è maturato il duplice avvelenamento. Per questo appare legittimo domandarsi se, dopo un’attività investigativa di dimensioni eccezionali e dopo avere concentrato una parte così rilevante degli accertamenti nella casa delle vittime, non sia ancora emerso alcun elemento idoneo almeno a indirizzare formalmente le indagini verso una o più persone. L’iscrizione nel registro degli indagati non equivale a una dichiarazione di colpevolezza e non deve essere invocata per soddisfare la pressione mediatica. È uno strumento previsto dalla legge anche a garanzia della persona sottoposta alle indagini, soprattutto quando devono essere compiuti accertamenti tecnici che potrebbero assumere rilievo processuale. Se il fascicolo per il duplice omicidio continua formalmente contro ignoti, occorre allora chiedersi quanto ancora debba essere estesa la ricerca prima di assumere decisioni investigative conseguenti al lavoro già svolto. Non sosteniamo che gli esiti provenienti dalla Germania siano inutili o secondari.


Al contrario, potrebbero rappresentare una tessera determinante. Ma non si può delegare interamente ai laboratori tedeschi il compito di dare un nome e un significato a una vicenda sulla quale sono già state raccolte testimonianze, comunicazioni, dati biologici e informazioni personali di enorme rilevanza. Il rischio è che l’attesa della prova scientifica assoluta finisca per sostituire la valutazione complessiva degli indizi. Nel processo penale non sempre esiste una prova unica e autosufficiente: spesso la responsabilità emerge da una catena di elementi convergenti, coerenti e reciprocamente confermativi. Il caso di Pietracatella non è un’indagine ordinaria. La scelta della ricina, la preparazione necessaria per ricavarla e utilizzarla, la morte di due persone appartenenti allo stesso nucleo familiare e l’elevata probabilità di un delitto di prossimità delineano uno scenario criminologico eccezionale. Chi ha preparato e somministrato quella sostanza non ha compiuto un gesto improvviso. Ha programmato, atteso e confidato nella possibilità che le morti venissero attribuite a cause naturali o a un evento accidentale. E se una parte di questa preparazione fosse avvenuta proprio nella casa, la platea di chi avrebbe potuto agire sarebbe inevitabilmente molto più ristretta di quanto possa apparire.


Proprio questa possibilità rende ancora più difficile comprendere come, dopo sette mesi di indagini, non sia stata ancora formalmente individuata almeno una direzione investigativa definita. «Attendiamo con fiducia il lavoro della Procura e degli investigatori, ma riteniamo che sia ormai necessario trasformare l’enorme mole di attività svolta in conseguenze investigative concrete. La scienza deve aiutare a raggiungere la verità. Non può diventare l’alibi involontario per rinviare all’infinito decisioni che, alla luce del perimetro sempre più ristretto dell’indagine, appaiono ormai inevitabili», conclude Di Giacomo.

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