Pietracatella/Di Giacomo: 11 mesi senza indagati per duplice omicidio. Tempi non ragionevoli per un'indagine concentrata su un ambiente e poche posizioni
- redazione informamolise
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Allo stato, gli unici iscritti nel registro degli indagati risultano essere i cinque medici coinvolti nel distinto filone per omicidio colposo relativo alla gestione sanitaria di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita. Per il duplice omicidio volontario mediante ricina, invece, il procedimento risulta ancora formalmente contro ignoti. La previsione sui tempi dei prossimi sviluppi non nasce da valutazioni generiche.

Per i circa 70-71 reperti alimentari sequestrati nelle abitazioni, l’incarico tecnico è stato conferito il 29 giugno 2026 e ai consulenti sono stati assegnati 90 giorni per completare gli accertamenti. Il termine conduce quindi indicativamente al 27 settembre, salvo eventuali proroghe o depositi anticipati. A questa attività si è aggiunto un secondo e distinto accertamento sui 131 campioni raccolti nel corso del successivo sopralluogo e inviati al Robert Koch-Institut di Berlino. Per questi esami non risulta resa pubblica una data precisa di conclusione, ma è evidente che i tempi saranno ulteriori rispetto a quelli già previsti per il primo gruppo di reperti. «Non siamo noi a inventare le scadenze.
Per i primi 71 reperti esiste un termine tecnico di 90 giorni decorrente dal 29 giugno; per i successivi 131 campioni inviati in Germania non è stata comunicata alcuna data certa. È quindi realistico ritenere che un quadro scientifico completo difficilmente potrà essere disponibile prima di ottobre inoltrato o del mese di novembre», dichiara Aldo Di Giacomo.
Se la situazione processuale dovesse restare invariata fino ad allora, si arriverebbe a circa undici mesi dai fatti senza alcuna persona pubblicamente conosciuta come indagata per avere preparato, introdotto o somministrato la ricina che ha provocato la morte delle due donne. «Undici mesi senza iscrizioni per il duplice omicidio rappresenterebbero, a nostro giudizio, un tempo difficilmente ragionevole. Ma il dato più difficile da comprendere non è soltanto la durata dell’inchiesta: è il rapporto tra il tempo trascorso e l’enorme quantità di attività investigativa già svolta», sottolinea Di Giacomo. In questi mesi sono state ascoltate centinaia di persone, analizzati telefoni, computer, chat e rapporti personali, effettuati prelievi biologici, sequestrati decine di alimenti e affidati accertamenti tossicologici ai massimi esperti.
A tutto questo si sono aggiunti i 131 campioni prelevati con il contributo degli specialisti tedeschi. Eppure, quasi tutta l’attività tecnicoscientifica continua a ruotare intorno allo stesso ambiente domestico, agli stessi spazi dello stabile e a un contesto familiare e relazionale estremamente circoscritto. «Non siamo davanti a un’indagine dispersa tra diverse città, ambienti criminali differenti o centinaia di possibili autori. Il luogo centrale è sostanzialmente uno, il contesto relazionale è ristretto e la natura stessa del delitto riduce inevitabilmente il numero delle persone che potevano conoscere le abitudini delle vittime, accedere agli ambienti e intervenire sugli alimenti o sulle bevande», prosegue Di Giacomo. Dal punto di vista criminologico, un avvelenamento mediante ricina presuppone preparazione, capacità di procurarsi o ricavare la sostanza, conoscenza dei tempi della famiglia e possibilità di agire senza destare sospetti immediati. Tutto continua quindi a indicare un omicidio di prossimità, commesso da chi conosceva profondamente la vita quotidiana delle vittime.
«Dalla nostra esperienza nell’analisi dei fenomeni criminali più complessi, è difficile immaginare che, dopo una tale mole di attività, il campo investigativo sia ancora realmente indistinto. È invece ragionevole ritenere che gli accertamenti ruotino ormai intorno a pochissime posizioni, forse due o tre, sulle quali verificare accesso, opportunità, disponibilità della sostanza e comportamenti precedenti e successivi ai fatti», afferma Di Giacomo. Naturalmente, il fatto che l’attenzione investigativa possa concentrarsi su poche persone non significa che esse siano responsabili. Proprio per questo esiste l’iscrizione nel registro degli indagati: non come anticipazione di una condanna, ma come strumento di garanzia e di tutela del diritto di difesa. La prova definitiva, inoltre, non deve essere già formata prima dell’iscrizione.
Nel processo penale la prova si forma ordinariamente nel dibattimento, attraverso il contraddittorio tra accusa e difesa. Durante le indagini preliminari vengono invece raccolti gli elementi necessari per orientare l’inchiesta, verificare le ipotesi e decidere se esercitare l’azione penale. «Non è ragionevole attendere che ogni elemento sia già completo, convergente e praticamente incontestabile prima di procedere alle eventuali iscrizioni. Diversamente, si rischia di svolgere per mesi un’indagine sostanzialmente concentrata su due o tre posizioni, lasciandola però formalmente contro ignoti», osserva Di Giacomo. Le analisi scientifiche sono indispensabili, ma non rappresentano l’intero patrimonio investigativo. In questi mesi sono stati acquisiti dispositivi elettronici, testimonianze, informazioni sugli accessi, sui rapporti personali, sulle dinamiche familiari e sui comportamenti delle persone vicine alle vittime.
«Se si attende il completamento di tutte le consulenze e una certezza quasi definitiva prima di procedere alle iscrizioni, il registro degli indagati rischia di diventare il punto di arrivo dell’inchiesta. Il codice, invece, lo considera una fase del corretto svolgimento delle indagini e una garanzia per chi viene coinvolto», conclude Aldo Di Giacomo.