Pietracatella/ Di Giacomo: prima di cercare il movente bisogna capire chi era il vero bersaglio
«Potremmo essere sulla strada giusta. Lo dico con tutta la prudenza necessaria perché in un'indagine per duplice omicidio le convinzioni criminologiche non possono mai sostituire le prove. Ma qualcosa sembra essere cambiato.

Per mesi l'attenzione pubblica si è concentrata quasi ossessivamente sulle stesse persone e sugli stessi nomi. Adesso l'attività investigativa sembra allargarsi verso relazioni e persone rimaste molto più ai margini dell'esposizione mediatica. È esattamente lì che, a mio giudizio, bisognava guardare.
Ho sostenuto fin dall'inizio che quello di Pietracatella presenta le caratteristiche di un
omicidio di prossimità. Ma prossimità non significa necessariamente famiglia. Significa conoscenza delle vittime, delle loro abitudini e dei loro rapporti; significa soprattutto verificare chi potesse avere accesso al contesto nel quale è avvenuta la contaminazione.
E continuo a ritenere Gianni Di Vita estraneo al duplice omicidio. È una valutazione
criminologica che sostengo da tempo e che, sulla base degli elementi pubblicamente
conosciuti, non vedo ragioni per modificare. C'è però una domanda che considero ancora più importante: chi era realmente il bersaglio?
A mio giudizio ci sono due scenari che meritano particolare attenzione. Il primo è che
Antonella fosse il vero obiettivo e Sara sia diventata una vittima collaterale, entrando
casualmente in contatto con lo stesso alimento, bevanda o altro vettore destinato alla
madre. Il secondo è profondamente diverso: il bersaglio potrebbe essere stato l'intero
nucleo familiare, indistintamente.
In questo caso il fatto che soltanto Antonella e Sara abbiano assunto una quantità letale di veleno non significherebbe necessariamente che soltanto loro dovessero essere colpite. Sono ipotesi, non fatti accertati. Ma distinguere questi due scenari è fondamentale perché cambia completamente la ricerca del movente.
Se il bersaglio era Antonella, bisogna ricostruire con ancora maggiore profondità la rete relazionale di Antonella. Se invece l'obiettivo era la famiglia, allora bisogna allargare lo sguardo alle relazioni, ai conflitti, agli interessi e alle frequentazioni dell'intero nucleo familiare. E in questo secondo scenario persino Gianni Di Vita, che continuo a ritenere estraneo come possibile autore, potrebbe assumere un significato completamente diverso nell'analisi: non come responsabile, ma eventualmente come possibilen destinatario dell'azione.
Per questo considero interessanti le nuove audizioni. Non perché le persone ascoltate
debbano essere trasformate in nuovi sospettati – sarebbe un errore gravissimo – ma
perché indicano che si sta ampliando la mappa relazionale. Ed è probabilmente qui che può trovarsi la chiave. Non bisogna partire da una persona e cercare ciò che possa accusarla. Bisogna partire dalla ricina, dal vettore, dai tempi, dagli accessi e dalle relazioni e vedere dove conducono. Per mesi potremmo aver commesso un errore molto semplice: aver guardato troppo dove guardavano tutti e troppo poco dove nessuno guardava.
Adesso servono risposte ad alcune domande precise: dove è avvenuta la
contaminazione? Qual è stato il vettore? Chi poteva accedervi? Antonella era il vero
bersaglio oppure qualcuno voleva colpire l'intera famiglia? E perché?
Prima di cercare il movente dobbiamo capire chi era il bersaglio. Perché se sbagliamo il bersaglio, rischiamo di cercare anche il movente nel posto sbagliato.
Le vicende degli ultimi giorni sulle presunte individuazioni di indirizzi IP e sulle
collaborazioni internazionali dovrebbero inoltre averci insegnato che un'indiscrezione
non è una prova e una suggestione non diventa una pista investigativa semplicemente
perché viene ripetuta.
La svolta non sarà trovare un nome nuovo. La svolta sarà trovare il punto esatto in cui
quel nome incontra la ricina. Se l'attività investigativa sta realmente seguendo questo
metodo, allora sì: potremmo essere sulla strada giusta».



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