Pietracatella/ Di Giacomo: le immagini del funerale non indicano l'assassino
«La presenza al funerale di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita non dimostra nulla sul coinvolgimento nel loro avvelenamento. E il modo di manifestare il dolore non permette di riconoscere un assassino. Dal punto di vista criminologico, attribuire un significato accusatorio a uno sguardo, alle lacrime o all’assenza di lacrime è un errore di metodo».

È la valutazione di Aldo Di Giacomo, criminologo ed esperto di fenomeni criminali, sulle notizie relative all’esame delle immagini dei funerali e sugli ultimi sviluppi dell’inchiesta di Pietracatella. «Un filmato può documentare presenze, incontri e contatti. Se serve a verificare una circostanza precisa, ha una funzione ricostruttiva. Ma, senza un collegamento con la preparazione o l’esecuzione del delitto, la partecipazione alla cerimonia non assume un significato accusatorio. Chi conosceva le vittime poteva essere presente per ragioni del tutto ordinarie. Cercare il colpevole interpretando il suo modo di vivere il lutto espone al rischio di selezionare soltanto ciò che sembra confermare un sospetto già formulato».
«Le domande decisive riguardano chi potesse concretamente avvicinare le vittime o accedere agli ambienti e agli alimenti interessati, in quali tempi e attraverso quali condotte. Occorre ricostruire come la ricina sia stata somministrata e quali elementi colleghino una persona a quel passaggio. Le immagini di una cerimonia celebrata dopo i fatti, da sole, non rispondono a queste domande». Di Giacomo richiama lo stesso criterio anche rispetto all’ipotesi, rilanciata nelle ricostruzioni giornalistiche, di due persone coinvolte. «Per sostenere una partecipazione condivisa servono elementi di coordinamento: comunicazioni, contributi concreti, condotte che convergano verso lo stesso progetto. Conoscersi, parlarsi o comparire nello stesso filmato non dimostra una collaborazione criminale. Posizioni differenti possono corrispondere a piste alternative: non vanno trasformate automaticamente in parti dello stesso delitto».
Quanto alle indiscrezioni secondo cui Alice Di Vita e il tecnico di laboratorio dell’istituto agrario di Riccia sarebbero stati esclusi dai sospetti, il criminologo osserva: «Se questa indicazione sarà confermata, occorrerà prenderne atto e rivedere le ipotesi che li comprendevano. Il sospetto non si trasferisce ad altri per sottrazione. Ogni posizione richiede una verifica autonoma dei rapporti con le vittime, delle opportunità concrete e delle condotte effettivamente accertate».
Sugli accertamenti informatici, proseguiti con le copie forensi dei dispositivi acquisiti a settembre, Di Giacomo sottolinea: «La copia dei dati è un passaggio tecnico necessario; il suo completamento non costituisce, da solo, una svolta. Il valore investigativo dipenderà da ciò che emergerà e dalla possibilità di attribuirlo a una persona e a un momento preciso. Anche un’eventuale ricerca sul veleno andrà collocata nella cronologia e collegata agli altri elementi del caso».
«La mia valutazione è netta: la lettura delle emozioni ai funerali non ci avvicina alla soluzione. Serve una ricostruzione coerente di accessi, tempi, relazioni e condotte. È su questi elementi che si misura la solidità di una pista e che va valutata ogni possibile svolta», conclude Di Giacomo.



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