Per i giovani il lavoro è dominato da incertezza e disincanto
Il rapporto delle nuove generazioni con il "mestiere" o l'occupazione, è cambiato totalmente, i giovani oggi hanno tante opportunità in più rispetto alle generazioni passate, ma faticano a trovare soluzioni resistenti, nel tempo, in un anno intrecciano tante esperienze di stage, tirocini, supplenze e sostituzioni.

Magari dopo una esperienza breve o lunga che sia si ritrovano che nei mesi successivi non vedono rinnovati i contratti, lavorano e vivono con addosso una data di scadenza già stampata, come un prodotto, passano da un’esperienza all’altra mentre tutto s’allontana: non solo la stabilità e la possibilità di rendersi autonomi, ma soprattutto i progetti di vita a lungo termine.
Per molti la convivenza o il matrimonio è rimasto l’unico contratto veramente a tempo indeterminato che appare più un’esigenza economica, un modo per dividersi i costi di affitti insostenibili, che il desiderio di condividere la quotidianità. L’idea di avere figli, per chi ancora ne avverte il desiderio, resta una sorta di pensiero astratto, un progetto per il quale si ritiene manchino le minime condizioni di fattibilità.
Nei giovani si sviluppa il disincanto per il lavoro che non occupa più una parte tanto rilevante e determinante della propria esistenza, com’era nel passato.
Non è più lineare il percorso; studiare, entrare in un’impresa, “fare carriera” arrivare alla pensione, il lavoro ha perso la sua centralità e la precarietà è diventata non solo occupazionale ma biografica.
L’identificazione con il proprio lavoro resiste, ristretta in pochi ambiti e non prima dei 35-40 anni d’età: “sono un medico”, “sono un ingegnere, progetto impianti industriali”.
Sparita la coscienza e l’orgoglio di un’appartenenza: “sono un operaio” con essa è morta l' orgoglio di classe operaia.
Oggi la precarietà è molto estesa, va dall’immigrato straniero al laureato, dal rider al ricercatore ed ha ulteriormente frammentato non solo la società ma la percezione di sé.
Per buona parte dei giovani il lavoro non è il centro assoluto della propria vita, non si vive più per lavorare ma si lavora per vivere e fare altro, essere altro, si rifiuta l’idea che il lavoro debba occupare tutta la vita, ma si ha bisogno che il lavoro dia reddito, dignità e soprattutto possibilità di futuro.
Non è che i giovani non attribuiscono più valore al lavoro è che non credono più che il lavoro, per come è strutturato e svalutato oggi, possa mantenere le stesse promesse che ha garantito alle generazioni precedenti, non credono più nella laurea come un automatico lasciapassare per buone professioni, non riconoscono più lo studio e l’occupazione come un efficace ascensore sociale, quale, invece, è stato per almeno le due generazioni successive al Dopoguerra, non si fidano più di chi sostiene che impegno e merito siano i fattori premianti.
La sfiducia è la malattia che scava dentro i ragazzi e le ragazze, che spinge chi può permetterselo ad affollare gli studi degli psicologi, causata dalle promesse che ritengono tradite, dalle disattenzioni che avvertono, dallo scarso rilievo che percepiscono nelle scelte politiche, scelte attente quasi esclusivamente alle classi d’età più alte (e numerose), e così ciò che accade sul mercato del lavoro, sono solo i sintomi di questo malessere.
I giovani quando hanno la possibilità, nel valutare un impiego prendono in considerazione quanti sono i sabati e le domeniche di impegno e la possibilità di lavorare da casa o da remoto, un riequilibrio salutare, quello nel rapporto tra vita e lavoro, rispetto agli eccessi delle generazioni precedenti, ma tutto ciò finisce per contribuire alla perdita di centralità del lavoro e alla difficoltà a identificarsi con ciò che si fa e a sentirsi parte di una comunità; quella aziendale, di mestiere, sindacali, fino alla rappresentanza politica.
Per il voto non conta il mestiere che si esercita, ma quanta insicurezza si prova e a chi se ne attribuisce la colpa.
Sono sparite molte grandi fabbriche, in cui migliaia di operai condividevano la sorte, ora sono gli impiegati a incontrare fisicamente i colleghi solo 2-3 giorni a settimana, è vero che ci sono il commercio e le attività di cura e di istruzione che obbligano a stare assieme e a contatto con altre persone esterne all’impresa: clienti, pazienti, utenti, ma a crescere sono le professioni di piccole monadi informatizzate.
Ognuno vive solo nel cuore del proprio appartamento, davanti al computer.
Il lavoro va sempre più polarizzandosi; da una parte quello manuale a bassa competenza o a elevato rischio che multinazionali e grandi marchi sub-sub-subappaltano ai più deboli. Immigrati sospesi sui ponteggi a costruire edifici con paghe decurtate o relegati in uno scantinato malsano a cucire borse vendute ad altissimo prezzo, dall’altra parte, manager tanto apprezzati e pagati quanti più costi del personale riescono a tagliare, così da garantire maggiore soddisfazione agli azionisti.
Una volta c'era una vasta schiera di mestieri impiegatizi di amministrazione, segreteria, supporto tecnico e quant’altro occorreva per i servizi di funzionamento di un’impresa, oggi sono stati messi sotto ipoteca dallo sviluppo di automazione e Intelligenza artificiale, tanto che, a fronte di prepensionamenti sempre più diffusi si nota il mancato turnover con figure junior ed è così che i giovani faticano a maturare quell’esperienza di almeno tre anni che viene richiesta nelle offerte di lavoro.
È prematuro prevedere quale sarà davvero l’impatto dell’introduzione massiva dell’intelligenza artificiale nelle aziende, il tecno-ottimismo del “si creeranno più posti di quanti ne verranno distrutti” lascia scettici, occorre comprendere in quali ambiti possa tornare a svilupparsi il lavoro umano nell’era post-digitale, con quale libertà dalle macchine e soprattutto per quale scopo.
Restano domande decisive: “perché si lavora”? Per quale realizzazione, grande o piccola che sia? Per arricchire sé stessi o fantomatici azionisti? O per continuare, ognuno nel proprio piccolo, ad essere utili agli altri, soddisfatti e felici, anzitutto, per questo contributo alla comunità degli uomini?
Tra incertezza e disincanto, il lavoro oggi non è più percepito come un fine, ma rischia di non essere nemmeno più un mezzo.
Alfredo Magnifico



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