top of page

Le vetrine rotte colpiscono più delle scuole che chiudono 

redazione informamolise
1 giorno fa
Tempo di lettura: 5 min

La violenza delle manifestazioni va sempre condannata, ma reprimere in maniera brutale la contestazione, non solo non basta, ma, finisce per essere controproducente. 



Il decreto sicurezza rischia di trasformare il disagio in colpa e criminalizzare l’adolescenza. 


La vera sicurezza si costruisce con; ascolto, educazione e cura.


Il mondo di adulti che continua a parlare dei giovani, ma non con i giovani, che divide in buoni e cattivi, poveri e ricchi, italiani e stranieri, prima o poi avrebbe dovuto aspettarsi che il "non equilibrio" prima o poi si rompesse.


La violenza non si giustifica e di certo non sarò io a giustficare le vetrine distrutte, i saccheggi, gli agenti feriti nelle manifestazioni del 17 e 18 ottobre a Milano, Torino e Bologna e di certo non hanno nulla a che fare con il diritto di protestare.


Tutti prendiamo sempre le distanze, teorizziamo sulla vita, sul mondo, su come gli altri dovrebbero essere, e quando il dissenso si esprime, quando qualcuno prova a dire la propria anche nel modo sbagliato, si sa rispondere con una sola parola: "punire". 


Forse è arrivato il momento di smettere di parlare «dei giovani» e di chiederci ma noi che adulti siamo?. 


Che adulti siamo quando dimentichiamo le nostre stesse traiettorie di vita, gli errori, la rabbia, il bisogno di essere visti che abbiamo attraversato alla loro età.

Che adulti siamo quando alla domanda di senso rispondiamo con il controllo, e l'unico spazio che riusciamo a offrire a un ragazzo dopo la scuola è la strada? Le piazze di questi giorni sono nate, contro, con scopi e motivazioni differenti.


Piazze affollate, forse non quanto dovrebbero essere, e al loro interno generazioni diverse con un unico obiettivo: rendere degna la propria esistenza. 


Quando mai si sono visti i nostri governi occuparsi di famiglie che non arrivano a fine mese, ragazzi che lasciano la scuola, giovani che non studiano e non lavorano.

Il sistema ci fa vedere alcune cose e non altre: vediamo le vetrine rotte, non le scuole che chiudono; il ragazzo con il volto coperto, non la famiglia che non arriva a fine mese; il reato, quasi mai la storia che lo ha preceduto. 


Le parole fanno la loro parte. «Maranza» non è un soggetto antropologico, non descrive nessuno: è un'etichetta, e gli adulti, tanto più chi ha responsabilità pubbliche, non possono usarla per parlare dei ragazzi, lo stesso vale per «baby gang» o «mostri», parole costruite per trovare un capro espiatorio.


Un'etichetta ripetuta finisce per diventare identità, e il ragazzo che tutti chiamano violento impara presto che quello è il solo ruolo disponibile, così è più facile escludere che includere. 


Non può essere un discorso di destra o di sinistra: la sicurezza delle persone e il futuro dei ragazzi riguardano tutti, occorre uscire dalla retorica e dagli slogan, da una parte e dall'altra.


Il decreto approvato dal Consiglio dei ministri il 20 ottobre introduce un nuovo reato; la partecipazione violenta alle manifestazioni, con un'aggravante per chi le organizza attraverso i social, estende il fermo preventivo, prevede multe per i genitori anche quando il figlio non è imputabile, invia 500 militari a Milano, ma soprattutto, stabilisce che un ragazzo di 14 anni sia capace di intendere e di volere «fino a prova contraria». 

È un obbrobrio giuridico: fino ad adesso il giudice doveva verificare, caso per caso, se un minorenne avesse la maturità per rispondere delle proprie azioni, e la giustizia minorile italiana è stata per decenni un modello proprio perché guardava ai ragazzi come a persone in evoluzione, da accompagnare e recuperare. 


Presumere la capacità significa negare l'esistenza stessa dell'adolescenza come categoria psicologica e sociologica. 


Le formule del nuovo reato, poi, sono così ampie da rischiare di colpire non solo la violenza, ma anche forme legittime di dissenso e di partecipazione democratica, quando ogni tensione sociale trova una risposta penale, il sociale e il penale si impoveriscono a vicenda; e le multe ai genitori colpiranno soprattutto le famiglie più fragili, trasformando due volte la povertà in colpa. 


Non c'è più spazio per recludere e, purtroppo, sembra non esserci più tempo per comprendere, che non è sinonimo di giustificare. «È più facile reprimere che educare». Più facile, appunto, non più giusto né più efficace.


Il decreto costruito sulla paura rischia di spingere i ragazzi verso uno di questi estremi: chiudersi in se, ritirarsi, smettere di partecipare a qualunque cosa, oppure una rabbia che si radicalizza e diventa contrapposizione, in entrambi i casi si smarrisce la cosa più preziosa, la possibilità di una relazione. 


La violenza esiste, è un fatto, e non si può far finta che non ci sia: bisogna trovarle un posto, vuol dire dare alla rabbia delle persone luoghi, tempi e parole in cui possa essere espressa, ascoltata e trasformata, se invece la rabbia viene coartata, schiacciata, negata, non scompare: si accumula, e prima o poi succede l'irreparabile.

L'adolescenza è il tempo in cui si costruisce l'identità del futuro adulto, in cui il gruppo conta più di tutto, in cui il controllo degli impulsi e la capacità di valutare le conseguenze sono ancora in via di maturazione: non è una scusa, è ciò che ciascuno di noi è stato. 


Un decreto che presume la piena maturità a quattordici anni va nella direzione opposta: più controllo, meno fiducia, e il rischio di lasciare ai ragazzi soltanto due strade, chiudersi o esplodere.


Ogni nuovo decreto sicurezza si presenta come sinonimo di protezione, ma questi governi sono sicuri che punire voglia dire proteggere? 


Una comunità si protegge veramente quando non lascia nessuno solo: quando investe nella scuola, nell'educazione di strada, nella salute mentale, negli spazi per i giovani e nel lavoro dignitoso; quando sceglie la giustizia riparativa, che chiede a chi sbaglia di guardare il danno fatto e di ripararlo; quando ascolta prima di giudicare. 

Il carcere non può diventare la risposta automatica alla povertà, al disagio, alle diseguaglianze e alla rabbia sociale.


La sicurezza si costruisce non si decreta, solo la cura chiama la cura, oggi chi governa non si sta prendendo cura del mondo: trascurano il pensiero, le condizioni di vita delle persone, la loro dignità. 


Criminalizzare l'infanzia e l'adolescenza è qualcosa di terribile, eppure l' articolo 27 della Costituzione recita che la pena debba tendere alla rieducazione, la mia tesi di laurea in diritto penale discussa circa 50 anni fa trattava delle sanzioni alternative alla carcerazione è il caso di continuare a chiedere a tutti, alla politica per prima, di smettere di parlare dei giovani ma di cominciare a parlare con loro, domandandoci noi, prima di ogni altra cosa, che adulti siamo e che mondo vogliamo portare avanti. 

Da quando la condanna di un comportamento non tiene conto e ignora tutto ciò che c’è intorno?

Alfredo Magnifico 

Commenti


bottom of page