Il lavoro cresce, ma non migliora
A settembre l’Istat ha segnalato che nel secondo trimestre il Pil italiano è cresciuto dello 0,2%: confermate le stime che portano il “bottino” di metà anno allo 0,8%.
L’incognita è l’effetto del caro benzina nella seconda parte dell’anno, anche se ora si viaggia bene o male in linea con il resto dell’Ue.

In apparenza sembrano migliori le notizie dal mondo del lavoro, che per Istat tra aprile a giugno ci sono stati 155 mila occupati in più, trainati dai contratti a tempo determinato (118 mila in più), portando il tasso di occupazione al record del 63,1%.
Tra aprile e giugno il totale delle ore lavorate è cresciuto dello 0,3% rispetto al trimestre precedente e dell’1,3% in confronto al secondo trimestre 2025, con un ritmo più sostenuto rispetto al Pil, che si ferma rispettivamente allo 0,2% e all’1%.
L’ anomalia sta nel fatto che l’occupazione corre più della ricchezza prodotta, per cui il contributo fornito dal lavoro creato cala, impattando negativamente sulla produttività.
Il disallineamento tra occupazione e ricchezza prodotta porta gli esperti a immaginare che il lavoro creato sia per lo più nei lavori a basso valore aggiunto, con salari bassi e contributi limitati alla crescita.
Non tutti i settori hanno contribuito alla creazione di nuovi posti di lavoro», in un anno l’occupazione è cresciuta di 243 mila unità ma soprattutto nel settore dei servizi che ha aumentato gli organici di 349 mila unità, mentre l’agricoltura ne ha distrutti 44mila, l’industria 35mila e le costruzioni 24mila.
Altre disparità rilevanti sono quelle geografiche: ad esempio il Piemonte ha registrato la più alta perdita di posti di lavoro a livello nazionale con 21 mila addetti in meno.
Incrociando i dati Istat con quelli Inps, secondo quest’ultima fonte, in Italia nel 1° trimestre 2026 sono state attivate dai datori di lavoro privati 1.899.634 assunzioni , il 77,5% delle quali con contratti precari: stagionali , in somministrazione o intermittenti; a volte della durate di pochi giorni se non di uno solo, mentre nello stesso periodo ci sono state 2.091.119 cessazioni il 29,8% della quali per dimissioni e il 55,1% per fine dei contratti.
L’analisi consente di avere un quadro più chiaro dei punti di forza e di debolezza dell’economia italiana, lascia intravvedere quel processo di polarizzazione sempre più rapida, che vede crescere la ricchezza generale ma anche aumentare il numero dei poveri “in particolare”.
Alfredo Magnifico



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