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Il decreto Primo maggio: bocciato anche dal PM dei rider

  • redazione informamolise
  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 2 min

Il salario giusto, per essere veramente giusto dovrebbe, innanzitutto, essere rispettoso della Costituzione,” la quale all’articolo 36 parla di proporzionalità alla quantità e qualità del lavoro svolto e in ogni caso sufficiente ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa al lavoratore e alla sua famiglia” o la sua equità bisogna continuare a  farla stabilire dal giudice?  


Il dott. Paolo Storari, sostituto procuratore a Milano e PM delle inchieste sui rider e sul caporalato nella logistica afferma senza mezzi termini che: «Non serve l’articolo 7 del decreto primo maggio per dare attuazione all’articolo 36 della Costituzione».

L’articolo 7 del decreto primo maggio si limita ad indicare i contratti “giusti”, firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, non fa altro che fotografare la giurisprudenza attuale, infatti i giudici quei contratti già li usano come parametro contro eventuali dumping.


L’anomalia grave è che il decreto primo maggio Ignora l’altra metà dell’articolo 36: la retribuzione “sufficiente ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa.”


ll decreto non cancella i contratti pirata né il lavoro povero, non scoraggia davvero il dumping, non spiazza il caporalato dei rider, ne il caporalato, non castiga gli appalti a cascata nè le intermediazioni di manodopera, non definisce il salario “giusto”, cioè il Tec, trattamento economico complessivo: tenta di normare la retribuzione ma surclassa completamente parte normativa e tutele.


Il tribunale in più di un’occasione ha contestato i contratti siglati dalle Organizzazioni sindacali e datoriali più rappresentative definito per antonomasia con “maggiore tutela” autodefinito giusto per legge, e poi si senta dire in tribunale che quel salario non basta.


Sui contratti firmati da CGIL-CISL-UIL tipo quello della vigilanza privata, più volte bocciato dai giudici per le paghe da fame ci sarebbe tanto da dire, tenendo conto che i lavoratori hanno visto negli ultimi vent’anni salari fermi e prezzi galoppanti.

Se non si differenziano le posizioni di chi applica il contratto giusto e di chi uno ingiusto, non ci sarà nessun incentivo a scegliere il primo, allo stesso modo andrebbe tenuto conto del fatto che se un contratto leader non supera il test dell’articolo 36 della Costituzione, dovrebbe prima del giudice intervenire il legislatore.

Alfredo Magnifico

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