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Il decreto lavoro inciampa sul “salario giusto”

  • redazione informamolise
  • 5 ore fa
  • Tempo di lettura: 2 min

L’ultimo decreto lavoro doveva essere il fiore all’occhiello, nei piani del governo, doveva rappresentare il simbolo sociale del “decreto Primo Maggio”, doveva essere un piano capace di spingere l’occupazione stabile tra giovani, donne e lavoratori del Mezzogiorno, ma alla luce della cruda realtà quel pacchetto di incentivi somiglia più a una corsa a ostacoli che a una spinta per creare lavoro.




Da una lettura attenta si evince che le risorse sono state drasticamente ridotte, infatti, i fondi previsti per i bonus occupazionali passano da 2,7 miliardi del vecchio impianto a poco più di 934 milioni, le assunzioni stimate precipitano dalle oltre 246 mila previste in precedenza a circa 110 mila considerando anche il capitolo dedicato alle Zone economiche speciali, una sforbiciata che sfiora il 60%.


Il governo ha scelto di non prorogare i vecchi incentivi scaduti il 30 aprile, li ha riscritti da capo, introducendo criteri più restrittivi e validità retroattiva da gennaio a dicembre 2025, con il risultato che molte aziende che contavano sugli sgravi rischiano di restarne escluse.


Per i giovani non basta più essere al di sotto dei 35 anni senza un contratto stabile alle spalle, ma servono condizioni molto più severe: almeno 24 mesi senza lavoro regolarmente retribuito o 12 mesi accompagnati da ulteriori situazioni di svantaggio, anche le trasformazioni dei contratti a termine vengono depotenziate e relegate a una misura separata, valida solo per rapporti brevi da stabilizzare entro fine anno.


Le Donne e il Sud pagano il prezzo più alto, infatti nel precedente schema, le lavoratrici residenti nel Sud senza impiego da almeno sei mesi potevano accedere a due anni di esonero contributivo, adesso, il beneficio pieno scatta solo dopo due anni di inattività oppure in presenza di ulteriori requisiti, dulcis in fundo i finanziamenti crollano da 480 a 141 milioni.


Peggio va alle imprese del Mezzogiorno; il bonus Zes resta limitato alle micro aziende con meno di dieci dipendenti e destinato agli over 35 disoccupati di lungo periodo, ma le risorse vengono praticamente svuotate: da 724 a 100 milioni.


Dulci in Fundo; la presa per i “FONDELLI”del “salario giusto”, il governo ha annunciato che gli incentivi saranno concessi solo alle imprese che applicano contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni “comparativamente più rappresentative”, una formula che dovrebbe impedire il dumping salariale, ma che al momento resta senza strumenti operativi.


L’Inps non dispone dei parametri necessari per verificare il trattamento economico complessivo dei contratti, mentre, la banca dati del Cnel è ancora in fase di aggiornamento e l’istituto previdenziale attende indicazioni definitive dopo la conversione del decreto in legge, nel frattempo le procedure restano congelate e una circolare esplicativa non arriverà prima di qualche mese.


La grancassa del governo rischia di trasformarsi in un un sonoro bluff, infatti, gli incentivi previsti per sostenere l’occupazione restano una chimera tra tagli, requisiti più duri e norme non applicabili.

Le imprese aspettano chiarimenti, i lavoratori restano fuori e il “salario giusto” evocato a Palazzo Chigi finisce intrappolato nei lento meccanismo della burocrazia.

Alfredo Magnifico

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