Superare il Reddito di cittadinanza con le politiche attive del lavoro

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I dati relativi al mercato del lavoro pubblicati da Istat relativi al mese di ottobre, confermano che non si è fermata la crisi della pandemia, rispetto a un’anno fa sono stati persi circa 500.000 posti di lavoro.

I nuovi occupati sono frutto di contratti non tutelati, blocchi dei licenziamenti e lavoratori autonomi.

La disoccupazione aumenta fra i più giovani e tra quanti si ritirano dal mercato del lavoro in attesa della ripresa economica.

Interventi tampone su occupazione, cassa integrazione e blocco dei licenziamenti, fanno prevedere che a primavera avremo un grande numero di persone che si aggiungeranno ai disoccupati attuali per cercare un posto di lavoro, all’annuncio di una possibile ripresa economica, saranno circa 2,5 milioni le persone che chiederanno di essere assistiti dai servizi al lavoro.

Non si conosce quanto si sta elaborando per utilizzare i fondi europei, disponibili nel 2021.

Iniziano le riflessioni sugli strumenti da utilizzare per rispondere alla crisi occupazionale che emergerà in tutta la sua evidenza con la fine delle norme emergenziali anti-licenziamento.

La revisione del reddito di cittadinanza sta coinvolgendo tutti i principali esponenti politici compresi i pentastellati, che fortemente l’hanno voluto ed è chiaro che lo strumento non risponde ai due obiettivi necessari; dare sostegno economico a quei nuclei famigliari che sono sotto le soglia di povertà e avviare alle politiche di inserimento occupazionale quanti hanno goduto del riconoscimento economico.

Il reddito di cittadinanza, si è rivelato una bufala rispetto agli obiettivi, infatti; per quanto riguarda l’efficacia della risposta alla povertà ha funzionato solo parzialmente, sull’emergenza Covid è riuscito a rispondere assicurando la copertura di un reddito minimo garantito a circa un milione e duecentomila nuclei famigliari, circa tre milioni di persone, senza assicurare la copertura del bisogno di reddito minimo, tanto è che si è aggiunto il reddito di emergenza esteso a 550 mila persone e con Cig e misure una tantum per i lavoratori autonomi si sono estese le spese per assicurare un sostegno al reddito contro il nuovo rischio povertà.

La farsa dei navigator con i compiti assegnati ad Anpal Servizi, hano affossato le prime esperienze significative di politiche attive del lavoro che erano state avviate con l’assegno di ricollocazione.

Oggi torna, al centro della riflessione quanto contenuto nel Jobs Act, ritornando a dividere politiche di sostegno al reddito contro le povertà dalle politiche attive del lavoro.

Occorre riformare il sistema degli ammortizzatori sociali, ripristinare le tutele dei lavoratori sul posto di lavoro, estendere a tutti i lavoratori un sistema di tutele sul mercato del lavoro, rivedere gli strumenti di tutela del reddito, slegare dal rapporto di lavoro aziendale, quale la cassa integrazione, per passare a un reddito di ricollocazione che sia sostegno nelle fasi di transizione ad adeguare le competenze professionali.

Per avviare, in tempi brevi, un sistema di servizi di questo tipo, c’è bisogno di volontà politica e di condivisione di quanto già in vigore in tutti i Paesi europei ed introdotto già in alcune regioni, ovvero, che alcuni Centri per l’impiego del sistema pubblico così come la rete di operatori privati (Agenzie per il lavoro ed enti accreditati su base nazionale e regionale) siano in grado di assicurare servizi necessari per avviare una rete di politiche attive del lavoro.

La disoccupazione creata dalla crisi della pandemia richiederà politiche del lavoro personalizzate, capaci di rispondere alla domanda di lavoro spezzettata e innovativa che verrà dai diversi settori economici, servirà molta formazione, ma dovrà essere collegata a percorsi di ricollocazione lavorativa e a una rete di servizi al lavoro di grande efficacia.

Alfredo Magnifico

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