Istat: dai figli al lavoro, il Covid allarga i divari in Italia

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L’Istat nel Rapporto annuale, avverte che disuguaglianze “significative” solcano il nostro Paese e il Covid rischia di accentuarle, allargando i divari esistenti, con una ‘scala sociale’ nella quale è più facile scendere che salire.

Al rallentamento congiunturale del 2019 si è sovrapposto l’impatto negativo della crisi sanitaria e nel primo trimestre, il Pil ha segnato un crollo congiunturale del 5,3%; i segnali più recenti prevedono: inflazione negativa, calo degli occupati, marcata diminuzione della forza lavoro e caduta del tasso di attività, una prima risalita dei climi di fiducia viene stimata per il 2020,il forte calo dell’attività economica, solo in parte, potrà forse essere recuperato l’anno successivo.

Il 12% delle imprese pensa di ridimensionarsi, tagliando proprio sulle fasce più deboli, giovani e donne, inoltre i fattori di fragilità sono molto diffusi ed è cruciale la questione del reperimento di liquidità.

Le irregolarità dell’occupazione sono diminuite in termini di quantità di occupati ma aumentate sotto il profilo della qualità del lavoro.

L’elevato tasso di irregolarità dell’occupazione è -più alto tra le donne, nel Mezzogiorno, tra lavoratori molto giovani o più anziani, la crisi è fonte di fragilità aggiuntiva per le famiglie.

Rischi di amplificazione delle diseguaglianze a svantaggio delle donne sono associati alla precarietà, al part time involontario e alla conciliazione dei tempi di vita, resa più difficile dalla chiusura delle scuole e dalla contemporanea impossibilità di affidarsi alla rete familiare.

La didattica a distanza vede in svantaggio gli studenti del Mezzogiorno che vivono in famiglie con un basso livello di istruzione.

Si intravedono fattori di reazione positiva e di trasformazione strutturale in una componente non marginale del sistema produttivo,  ad aprile sono stati quasi 3,5 milioni le CIG, e quasi un terzo degli occupati (7,9 milioni) non ha lavorato. Cresciuti anche i lavoratori in ferie.

Per l’ultima generazione (1972-1986), la probabilità di accedere a posizioni più vantaggiose invece che salire è scesa. Una mobilità, dunque, verso il basso: il 26,6% dei figli rischia un ‘downgrading’ rispetto ai genitori. Una percentuale, praticamente più di 1 su 4, superiore rispetto alle generazioni precedenti. E anche più alta di quella in salita (24,9%), cosa che non era mai accaduta prima. L’epidemia ha colpito maggiormente le persone più vulnerabili, l’incremento di mortalità ha penalizzato di più la popolazione meno istruita.

La rapida caduta della natalità potrebbe subire un’ulteriore accelerazione nel periodo post-Covid”. tengono conto del clima di incertezza e paura associato alla pandemia in atto, mettono in luce un suo primo effetto nell’immediato futuro; un calo che dovrebbe mantenersi nell’ordine di poco meno di 10mila nati, ripartiti per un terzo nel 2020 e per due terzi nel 2021″, scenderebbero a circa 426mila nel bilancio finale del corrente anno, per poi ridursi a 396mila, nel caso più sfavorevole, in quello del 2021″.

Ideale due figli per il 46% delle persone, il 21,9% ne indica tre o pi, sono “solo” 500 mila quanti tra i 18 e i 49 anni affermano che fare figli non rientra nel proprio progetto di vita

In un Paese in cui l’organizzazione del lavoro è ancora rigida, l’esperimento dello smart working, bruscamente accelerato dall’emergenza sanitaria, ha messo in evidenza le potenzialità di questo strumento, al netto delle criticità legate all’ampio divario digitale che caratterizza il Paese e alle cautele legate agli squilibri tra lavoro e spazi privati.

Alfredo Magnifico

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