Cisl Poste interviene su Jobs Act e Legge di Stabilità

La Cisl Poste, nel Consiglio Nazionale tenutosi a Roma il 21 novembre – riferisce il Segretario Antonio D’Alessandro -, prepara una campagna d’informazione per tutti i lavoratori e i cittadini, per far comprendere le ingerenze politiche e partitiche e per non portare in una aspirale tombale il sindacalismo in Italia, evitando di dare alibi al Presidente del Consiglio, che ha dichiarato che prenderà in considerazione le proposte concrete. Perché la CISL preferisce il tavolo di confronto alla Piazza? Il motivo è semplice: perché ancora ci sono spazi per discutere, perché anche dopo la piazza si deve necessariamente tornare al tavolo. In un periodo drammatico per l’Italia si deve evitare di chiedere agli Italiani ulteriori sacrifici, pensando agli interessi dei disoccupati, cassaintegrati, pensionati, false partite IVA, ecc…, per non dare l’alibi al Governo Renzi “con questo sindacato non si può discutere”, è giusto che le riforme siano fatte dopo discussioni, dibattiti e, unitariamente, trovare la soluzione. Questa è la strategia della CISL, la coerenza, che ormai è diventata trasgressione poiché sono rimasti in pochi a essere coerenti.Cosa chiede la Cisl? Cose semplici: di estendere il beneficio del bonus fiscale di 80 euro ai pensionati, in ragione del fatto che in Italia le pensioni sono gravate da un prelievo fiscale che è circa il doppio della media OCSE, e ai lavoratori incapienti con reddito da lavoro dipendente e assimilato. Rifinanziamento e l’ampliamento del regime di detassazione dei premi di produttività erogati tramite la contrattazione collettiva di lavoro di secondo livello. Sblocco contrattazione pubblico impiego. Stanziamenti adeguati per gli ammortizzatori in deroga e per il Fondo per la riforma degli ammortizzatori sociali, finalizzato anche a favorire la stipula di contratti a tempo indeterminato a tutele crescenti. Eliminare l’incremento dall’attuale 11,50% al 20% dell’aliquota dell’imposta sostitutiva sui redditi sui rendimenti maturati dai fondi pensione che comporta un effetto negativo sullo sviluppo delle adesioni alla previdenza complementare, specie nella piccola e piccolissima impresa. Trattare i rendimenti maturati dai fondi pensione alla stregua di altre rendite finanziarie è sbagliato e iniquo, perché scarica ulteriormente sulle generazioni future, che a seguito di queste misure avranno pensioni complementari più basse. Non è accettabile l’aumento della pressione fiscale sulla previdenza complementare e sul TFR per finanziare la copertura degli 80 euro in una partita di scambio tutta interna al lavoro, nella quale il presidio sociale futuro s’indebolisce per sostenere l’emergenza sociale presente. L’aliquota dell’imposta sostitutiva sul tasso di rivalutazione del TFR lasciato in azienda aumenta dall’11% al 17%. La Cisl è contraria alla riduzione del finanziamento per i Patronati che oggi concorrono in maniera rilevante ad assicurare gratuitamente una rete diffusa e capillare di servizi per i lavoratori e per tutti i cittadini.
Il pesantissimo ridimensionamento,150 milioni l’anno, con effetto addirittura retroattivo, delle risorse dirette al finanziamento dei Patronati, che peraltro già negli anni passati hanno subito importanti riduzioni, mette in evidenza l’intento di un attacco al Sindacato e la totale non consapevolezza della portata delle attività svolte dai Patronati, non solo nei confronti dei cittadini e dei pensionati, ma che nei confronti dei servizi erogati dall’INPS, dall’INAIL e nelle attività di concessione e rinnovo di permessi di soggiorno per i lavoratori stranieri. Dopo le frequenti riforme degli ultimi anni, la Cisl crede che non siano le regole sulla flessibilità del lavoro in entrata ed in uscita le sole responsabili delle molte rigidità del sistema Italia, è un’illusione credere che continuare a modificarle possa avere effetti “miracolistici” sui livelli occupazionali.
Servono scelte concrete che solo in parte sono delineate nel disegno di legge di stabilità 2015, il quale, da una parte, presenta segnali di discontinuità rispetto all’impostazione di politica economica fin qui seguita dal Governo, dall’altra non sembra in grado di imprimere una svolta sufficiente per far uscire il nostro Paese dalla situazione di stagnazione. Esso, infatti, interviene positivamente con misure di riduzione del cuneo fiscale, ma la domanda aggregata per consumi ed investimenti non viene assunta come l’elemento fondamentale attorno al quale deve essere impostata una politica per la crescita. Senza la propulsione potente dell’investimento pubblico i soli incentivi non innescano l’investimento privato e non producono l’inversione ciclica di cui il nostro Paese ha bisogno.
La Cisl riconosce che la legge delega “Jobs Act” contiene scelte importanti che accolgono in parte le nostre richieste e che non vanno sottovalutate. Siamo dunque disponibili al confronto, non allo sciopero, con proposte concrete che porteremo ai tavoli per la preparazione dei decreti delegati ai quali il Presidente del Consiglio si è impegnato. Il nuovo contratto a tutele crescenti potrà rappresentare un’opportunità e offrire prospettive a chi ha perso il lavoro e ai giovani, aumentare l’occupazione e ridurre la precarietà, solo se sarà accompagnato dall’eliminazione di alcuni contratti poco tutelati e fonte di abusi, dall’estensione degli ammortizzatori sociali e da interventi efficaci e risorse per le politiche attive. A fronte dell’introduzione del nuovo contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, che deve restare circoscritto ai nuovi assunti, la CISL chiede di superare il ricorso ad alcuni contratti che danno luogo a frequenti abusi, a partire dalle forme di lavoro autonomo utilizzate in sostituzione del lavoro dipendente, come l’associazione in partecipazione e le collaborazioni coordinate e continuative, inoltre di realizzare un contrasto serio ed efficace all’utilizzo delle false partite IVA, contestualmente di sostenere chi sceglie il lavoro autonomo vero, migliorando le tutele degli iscritti alla Gestione Separata Inps, infine, di realizzare un codice semplificato del lavoro che, rendendo facilmente comprensibile l’attuale complicatissima normativa lavoristica, favorirebbe investitori e imprese ed aiuterebbe i lavoratori a essere maggiormente consapevoli dei loro diritti e doveri. Sul nuovo contratto a tutele crescenti per la CISL è necessario che l’applicazione dell’art.18 dello Statuto dei lavoratori sia mantenuta nei casi di licenziamento illegittimo di tipo discriminatorio e disciplinare, che l’art.18 in caso di licenziamenti economici non si applichi solo per un primo periodo, ben definito, durante il quale la reintegra dovrà essere sostituita da un’indennità economica adeguatamente maggiorata rispetto a quella attuale, che al lavoratore eventualmente licenziato nel periodo di non vigenza dell’art.18 sia offerta una concreta opportunità di riqualificazione professionale, anche attraverso specifico voucher. Riteniamo positivo il forte sgravio contributivo che sarà introdotto dalla legge di stabilità 2015, per incentivare le nuove assunzioni a tempo indeterminato, che peraltro si viene a sommare alla deduzione Irap. Tuttavia, perché si possano avere effetti significativi, è necessario estendere la durata e specificare che deve trattarsi di assunzioni che danno luogo ad occupazione aggiuntiva per l’impresa. Inoltre escludere le assunzioni con contratto di apprendistato dal nuovo incentivo equivale a scoraggiare questo contratto, già oggi poco utilizzato. In ogni caso le incentivazioni possono spostare le preferenze dei datori di lavoro da contratti meno tutelati a contratti più tutelati, risultato comunque molto significativo, ma di per sé non sono sufficienti a creare nuova occupazione. Siamo critici riguardo alle coperture della norma, che ancora una volta sono individuate in parte spostando risorse già destinate a finanziare misure relative al lavoro. In particolare è grave che si determini una decurtazione, a regime, di 120 milioni di euro annui, delle risorse destinate ai Fondi interprofessionali per la formazione continua, ad oggi le uniche risorse effettivamente spese per realizzare politiche attive del lavoro.
L’obiettivo, indicato dal Governo, di un sistema di ammortizzatori sociali a carattere universalistico, è da sempre anche l’obiettivo della Cisl. Esso però non deve rimanere uno slogan ma va declinato con misure concrete. Si chiede che il Governo faccia una scelta chiara sulla Cassa Integrazione, sia ordinaria sia straordinaria, va non solo mantenuta senza riduzione alcuna delle durate, ma anche estesa a tutti i lavoratori.
Per realizzare questo il Governo può allargare l’attuale sistema a tutti i settori ed a tutte le dimensioni d’impresa con i relativi obblighi contributivi, oppure scegliere la strada di un sostegno finanziario pubblico ai Fondi bilaterali di solidarietà tale da poter garantire l’erogazione di prestazioni paragonabili a quelle della Cassa Integrazione, estendendo, nel contempo, l’obbligo di adesione alle imprese con meno di 15 dipendenti. Finché non sarà completata, in un senso o nell’altro, l’estensione delle tutele alle aziende ed ai settori scoperti, va finanziata adeguatamente la cassa integrazione in deroga.
L’Aspi va ampliata a tutti i lavoratori iscritti alla Gestione Separata Inps con caratteristiche di mono committenza, non ai soli co.co.pro., con finanziamento a carico dell’aliquota che essi già versano, senza uno specifico aumento di contribuzione a loro carico.
Le durate dell’Aspi vanno aumentate per tutti i lavoratori, indipendentemente dall’età, almeno a 24 mesi.
L’erogazione di tutti gli ammortizzatori sociali va condizionata alla disponibilità a seguire percorsi di riqualificazione e ricollocazione.
E’ positivo che la legge di stabilità 2015 preveda un finanziamento a regime di 2 miliardi annui finalizzati all’attuazione di tutti i provvedimenti contenuti nel disegno di legge “Jobs act”, non solo alla parte relativa agli ammortizzatori sociali.

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