Affondo di Tecla Boccardo: “Dinanzi al Papa tanti impegni e proclami, ma in un anno nulla è stato fatto”

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La settimana scorsa la UIL ha ricordato al Molise che era passato esattamente un anno dalla grande manifestazione indetta qui con CGIL e CISL “Marcia per il lavoro”, con grande partecipazione dei lavoratori e dei pensionati che reclamavano attenzione alla vera emergenza di questo territorio.

Richiamavamo come, purtroppo, non molto, anzi quasi niente, si è fatto: la piattaforma sindacale complessiva mai abbastanza presa in considerazione, qualche buon passo in avanti sul tema dell’Area di crisi, le molte vertenze allora aperte che nel frattempo si sono incagliate senza la capacità degli amministratori regionali di attuare una qualche ricetta sbandierata in campagna elettorale, e nel frattempo l’edilizia sempre più in crisi, qualche cenno troppo timido di ripresa economica nel manifatturiero, l’agroalimentare mai rilanciato, a partire dal disastro Gam e Zuccherificio, i servizi alla persona (dalla sanità al turismo al commercio) non assunti come un asse portante per la realizzazione dei diritti delle persone e per i risvolti occupazionali.
Domani, invece, cade l’anniversario della visita al Molise da parte del Papa. Anche noi, come UIL, la vogliamo ricordare e, seppur con meno autorevolezza di come lo faranno le autorità religiose locali, permetterci alcune breve considerazioni.
Il Papa partecipò allora ad alcuni significativi momenti religiosi ma ha dato vita ad una importante occasione di contatto con la cittadinanza, con le autorità civili e con le forze sociali di questo nostro territorio, che si tenne la mattina del 5 luglio presso la sede dell’Università molisana.
Noi c’eravamo e ricordiamo bene l’emozione dei molti molisani ad incontrare un pontefice che sceglieva di stare in mezzo alla popolazione per ascoltarne i problemi e le preoccupazioni, per raccogliere gli entusiasmi e le volontà positive, per suggerire percorsi e richiami forti all’agire collettivo per salvaguardare la coesione sociale e realizzare azioni volte allo sviluppo economico, produttivo e occupazionale.
Il Molise parlò al Papa con la voce della fede, certo, ma anche con la rabbia contenuta di chi non vede uno sviluppo possibile, di chi assiste al degrado della società per un lavoro sempre più scarso, con ammortizzatori sempre più esigui in attesa che l’economia si riprenda senza che le aziende riaprano, con trattamenti di pensione, anche questi sempre più miseri, che ormai servono a sostenere i figli disoccupati e le famiglie con bassi redditi e far studiare i nipoti, che molto spesso già sanno di essere condannati all’emigrazione.
E la voce del Papa tuonò: “senza lavoro non c’è dignità”, il lavoro innanzitutto per un reddito giusto e meritato, per il benessere ma anche per la dignità di ogni persona. Ed ancora: dovete fare qualcosa, dovete mettervi assieme e, ognuno per la propria parte, imprenditori e sindacato, amministratori locali e studiosi, mondo della comunicazione e della cultura, realizzare un “Patto per il Lavoro” che faccia ripartire questo territorio e dia speranza per il futuro a questa collettività.
Il giorno dopo tutti, giornali e commentatori, politici di primo, di secondo o di terzo livello, autorità religiose e dirigenti di associazioni, tutti a dire che sì, che il Papa ha ragione, che il suo monito non resterà inascoltato, che la fiducia che ha posto nelle nostre mani (e non nell’intervento di qualche salvatore della patria che viene da lontano) non verrà disattesa. Sì, certo, il lavoro anzitutto, la dignità della persona, lo sviluppo e la coesione sociale, il valore delle nostre tradizioni e l’impegno a realizzare noi il nostro futuro.
Da laici non siamo molto abituati all’esame di coscienza. Ma, a distanza di un anno, chiediamoci: abbiamo davvero fatto abbastanza per quell’obiettivo così alto e centrale per il nostro territorio, per la nostra comunità, per ogni cittadino molisano che vive nel disagio? Questa benedetta dignità, che arriva solo con il lavoro, in Molise la vogliamo realizzare?
Non tocca a noi dare pagelle dei comportamenti individuali o dei diversi attori sociali e politici, ma un giudizio tutto sindacale quello si.
No, non abbiamo fatto abbastanza, anzi, per la verità, abbiamo fatto pressoché nulla. O non abbiamo utilizzato gli strumenti giusti, o non siamo stati abbastanza tenaci e davanti alle difficoltà ci siamo adattati al tran tran della quotidiana amministrazione, o non abbiamo dialogato quanto avremmo dovuto fra forze sociali, organizzazioni sindacali, associazioni imprenditoriali, amministratori pubblici. Passata la visita del pontefice, mandata a memoria la raccomandazione quasi fosse uno slogan come tanti altri, assentito col capo chino in quella occasione per poi passare ad altro, il lavoro era e resta il vero grande problema del Molise e nulla, diciamoci francamente, si è fatto e si sta facendo per affrontarlo.
Prova ne sono le tante aziende che chiudono, i tanti lavoratori che campano di ammortizzatori sociali, la scarsa propensione ad una imprenditorialità che crea sviluppo, l’assenza di una strategia perseguita con coerenza da parte degli amministratori pubblici locali che sono anche, talvolta soprattutto, datori di lavoro, in forma diretta o attraverso le tante partecipate.
Qualche limite, forse, l’avremo avuto anche noi sindacalisti che chiamiamo i lavoratori ed i pensionati all’ennesima iniziativa di mobilitazione, di protesta, di sollecitazione a chi tocca decidere perché vengano prese le decisioni giuste per ogni lavoratore e per l’intera collettività. Ma troppo spesso siamo stati lasciati da soli a fronteggiare il disagio, a dare voce a chi a forza di urlare il proprio bisogno voce non ha più, ad attendere inutilmente una convocazione che consenta di analizzare i problemi e condividere, ognuno con senso di responsabilità, le soluzioni. E qui, una volta tanto, non facciamo seguire l’elenco dei tanti problemi aperti e delle tante vertenze in atto.
Ci siamo trovati, nel corso di questi dodici mesi, ad insistere, a bussare (senza che nessuno ci aprisse, almeno con vera disponibilità al confronto), a protestare, a rivendicare, a incanalare la protesta in forme democratiche e non avventuriste e demagogiche, a richiamare che il lavoro è indispensabile, che il lavoro va tutelato quando c’è, va recuperato quando lo si sta per perdere, va creato quando manca del tutto.
Il lavoro è il centro della nostra attenzione, la nostra stessa ragione d’essere e per questo non smetteremo di ribadirne l’importanza, di rivendicare, di protestare, di avanzare proposte.
Perché il lavoro dà dignità.
Lo sapevamo prima che il Papa passasse di qua (ricordiamo, di nuovo, la marcia per il lavoro di una settimana prima), abbiamo condiviso il suo autorevole richiamo, ce ne ricordiamo ancora oggi, ad un anno di distanza.
Se, in questo scenario di disperazione, a qualcuno sembra sufficiente dedicare un piazzale al Papa ed alla sua visita in Molise, vedete un po’ voi. Almeno metteteci delle panchine per i tanti giovani a spasso e che non lavorano, fatela diventare un luogo di incontro dei molisani che vogliono raccontarsi i loro guai, non la fate diventare l’ennesimo monumento al fallimento del Molise, alla sua “coscienza sporca” di aver mandato deluse e inascoltate le parole di Papa Francesco.

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