Pietracatella/Di Giacomo: non serviva la ricina per indagare
«Nel caso Pietracatella continuiamo a concentrarci sul momento in cui è stata
scientificamente individuata la ricina. Ma dal punto di vista investigativo la domanda
potrebbe essere un’altra e molto più importante: quando, nelle primissime fasi della
vicenda, è emerso il sospetto che Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita potessero essere state avvelenate e quando questo sospetto è entrato concretamente nel circuito
investigativo?»

Lo afferma Aldo Di Giacomo, criminologo ed esperto di fenomeni criminali, tornando sul duplice omicidio di Pietracatella: «Che durante il ricovero sia stata presa in considerazione dai sanitari l’ipotesi di un avvelenamento è un elemento già emerso pubblicamente da tempo. Non è questa, quindi, la novità sulla quale soffermarsi. Ciò che merita di essere approfondito è cosa sia accaduto investigativamente nel periodo immediatamente successivo e quando gli inquirenti abbiano avuto piena conoscenza di quel sospetto clinico».
Di Giacomo sottolinea un aspetto processuale decisivo: «Per iniziare un’indagine non era necessario conoscere già il nome del veleno e neppure avere individuato il possibile autore. L’articolo 330 del codice di procedura penale stabilisce che pubblico ministero e polizia giudiziaria prendono notizia dei reati anche di propria iniziativa.
Ancora più significativo è l’articolo 335 c.p.p.: la notizia di reato viene iscritta quando contiene la rappresentazione di un fatto determinato e non inverosimile, riconducibile anche soltanto in ipotesi a una fattispecie di reato. Il nome di una persona viene iscritto successivamente, quando emergono indizi a suo carico».
«Questo significa una cosa molto semplice: si può e si deve investigare anche contro
ignoti. Non occorre sapere già chi è stato, con quale sostanza abbia agito e attraverso
quale alimento l’abbia somministrata. Sono proprio queste le risposte che l’indagine deve cercare».
Per Di Giacomo è quindi necessario distinguere nettamente due momenti: «Una cosa è l’identificazione scientifica della ricina, certamente difficilissima e tale da richiedere analisi altamente specialistiche. Altra cosa è avere davanti due donne appartenenti allo stesso nucleo familiare, colpite da un quadro clinico gravissimo e anomalo, tanto da far prendere in considerazione ai medici un possibile avvelenamento. La mancata conoscenza del nome della sostanza non rendeva impossibile formulare un’ipotesi investigativa».
È proprio in questa fase che, secondo il criminologo, potrebbe collocarsi una delle
questioni più interessanti dell’intero caso.
«Nei delitti di prossimità e soprattutto negli avvelenamenti, il tempo ha un valore
investigativo enorme. Le prime ore e i primi giorni consentono di osservare le persone
quando ancora non hanno avuto mesi per elaborare quanto accaduto. Si telefona, si parla, si cercano informazioni, ci si confronta, si effettuano ricerche sul web, si modificano relazioni e comportamenti. Quella fotografia investigativa non può essere ricostruita allo stesso modo molti mesi dopo».
«Questo non significa sostenere che un’indagine immediatamente orientata anche verso l’ipotesi dell’avvelenamento avrebbe necessariamente portato all’individuazione del responsabile. Sarebbe scorretto affermarlo. Significa però chiedersi se quella possibile finestra investigativa iniziale sia stata riconosciuta e utilizzata pienamente». Di Giacomo richiama anche la posizione dei sanitari: «Uno dei medici coinvolti nel procedimento sanitario ha successivamente manifestato la volontà di essere ascoltato dagli inquirenti. È un elemento che rende ancora più importante comprendere se i medici siano stati considerati non soltanto sotto il profilo di eventuali responsabilità sanitarie, ma anche quali fonti investigative qualificate».
«Sono loro che hanno visto le vittime nelle primissime fasi, hanno osservato l’evoluzione dei sintomi, raccolto informazioni su quanto avevano mangiato e bevuto e maturato il sospetto di un possibile avvelenamento. Tutto questo può avere un valore che va ben oltre l’aspetto strettamente sanitario».
Conclude Di Giacomo: «La domanda che oggi porrei agli investigatori non è: perché non avete scoperto subito la ricina? Sarebbe una domanda tecnicamente sbagliata. La
domanda è un’altra: quando avete saputo che i medici stavano prendendo in
considerazione un avvelenamento e, da quel momento, quali attività investigative sono state avviate? Perché la legge non pretende certezze scientifiche per cominciare a indagare. Le certezze, semmai, sono ciò che l’indagine deve cercare».



Commenti