Cerimonia del 77° anniversario “X Settembre 1943”. Messaggio del sindaco Giacomo d’Apollonio

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Abbandonare la città, lasciare le case, allontanarsi dalle strade, fuggire nelle campagne, questi furono gli impulsi che dominarono l’animo e la mente degli isernini terrorizzati, non appena finì il bombardamento in quel tragico mattino del 10 settembre 1943.

Ma qualcuno pensò anche alle vittime, fra la disperazione e i pianti dei familiari, in attesa dei primi soccorsi che giunsero solo nella tarda serata del 12 settembre, dopo altri due bombardamenti. I morti furono alcune centinaia: quasi certamente 638, come attesta un documento da pochi giorni venuto alla luce.Nei libri di storia si legge che il raid aereo del 10 settembre fu una drammatica operazione di guerra, sanguinosa ed esiziale come tutte le azioni dei conflitti bellici.

Gli isernini, però, in quel momento, dopo che erano trascorsi già due giorni dal proclama dell’Armistizio, di certo non pensavano più alla guerra, ritenendola ormai terminata: il loro cuore, stanco di odio e di violenza, desiderava più che mai aprirsi alla pace.Per il suo arrivo improvviso e inopinato e in ragione del consistente apparato di forze impiegate, il primo bombardamento subito dalla nostra Città e gli altri quattro successivi – dell’11, 12 e 16 settembre, e infine quello del 15 ottobre – vengono oggi considerati veri e propri crimini, in quanto si configurarono come una profonda ed estesa devastazione, ingiustificata da qualsivoglia necessità militare, che seminò in modo crudele la rovina e la morte sulla popolazione civile d’una pacifica città indifesa.

Trentaquattro ‘Fortezze Volanti’, vale a dire gli aerei più potenti dell’aviazione americana a quel tempo, nel giro di pochi minuti spezzarono e sconvolsero la vita isernina. Là dove, prima delle 10,23 di quella mattina, c’era stata una città pulsante di energia e di vita, ora c’erano cumuli di macerie e tantissime vittime.

La testimonianza d’una infermiera volontaria, inviata a Isernia con la Croce Rossa, riferì di «carogne che appestavano l’aria» e d’un ospedale pieno di feriti che, tra «lamenti e gemiti, passavano l’anima». Per i «cadaveri già in putrefazione e che emanavano terribili odori, si sca¬vavano fosse comuni, mentre la pia mano d’un prete si alzava a benedire».

La cerimonia di oggi serve a ravvivare il ricordo di tutto ciò che ho appena riassunto, affinché nessuno dimentichi gli orrori della guerra e perché ognuno di noi si senta partecipe del dolore che colpì la nostra città e ne conservi la memoria.Siamo qui per rendere il doveroso omaggio ai nostri caduti. Per far sì che il loro sacrificio non sia stato vano, bisogna perseguire la cultura della pace quale obiettivo primario nell’educazione e nella formazione dei giovani; sensibilizzando le nuove generazioni alla difesa del bene della vita e delle relazioni tra gli uomini, contro ogni logica di violenza e di morte.

Giacomo d’Apollonio, Sindaco di Isernia

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