L’intervento/ Affinità e differenze tra la pandemia da COVID-19 e lo stato di guerra

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Sono le 20 di lunedì 16 marzo quando, in diretta televisiva, il Presidente della Repubblica Francese Emmanuel Macron annuncia alla sua nazione che, insieme al Governo e al Parlamento, si accinge a varare misure straordinarie per il contenimento del virus. Per giustificare le restrizioni imposte ai cittadini, Macron non usa giri di parole: “Siamo in guerra. Non stiamo lottando contro un esercito o contro un’altra nazione, ma il nemico è lì, invisibile, e avanza”. Allo scopo di frenare il contagio, la Francia e gli altri principali Stati membri dell’Unione (esclusi i Paesi Bassi) hanno adottato provvedimenti comparabili a quelli emanati dal Governo italiano, compresi quelli in materia fiscale.

Ma se da un lato la straordinarietà delle limitazioni alla libertà di movimento può essere immediatamente riconducibile ad uno scenario bellico, è più difficile capire se i Paesi europei si stiano avviando a sperimentare, a distanza di quasi ottant’anni dall’ultima volta, gli effetti di un’economia di guerra. In generale, sono due i fenomeni economici di rilievo che si osservano in una nazione che abbia dichiarato lo stato di guerra: l’espansione dell’attività economica e l’incremento dell’intervento pubblico.

Per fronteggiare un conflitto armato, lo Stato aumenta la spesa militare, acquisisce o requisisce impianti produttivi disponendone la riconversione o, in alternativa, finanzia e sussidia i privati affinché avviino la produzione di armamenti ed equipaggiamenti. Per fare tutto ciò si indebita, aumenta le imposte e taglia altre voci di spesa ma, soprattutto, stampa moneta. Questi interventi inducono, in genere, un aumento del PIL e dell’inflazione e una riduzione del tasso di disoccupazione.

Quanto sta accadendo in Europa in conseguenza dell’emergenza scaturita dalla diffusione del COVID-19 presenta delle affinità con lo scenario appena descritto, ma anche delle rilevanti differenze. Iniziamo dalle prime. Da un punto di vista strettamente politico, si assiste ad un fisiologico rafforzamento del potere esecutivo rispetto a quello legislativo, dovuto non solo alla necessità di intervenire con provvedimenti d’urgenza, ma anche al timore che le assemblee parlamentari si trasformino in catalizzatori del contagio. Ciò accade anche durante lo stato di guerra, quando il Governo ottiene dalle Camere, temporaneamente, poteri straordinari.

Un’ altra circostanza comune, cui si accennava in precedenza, è l’imposizione di forti limitazioni alle libertà fondamentali dei cittadini, tra cui la libertà di movimento, la libertà di commercio e persino la libertà di deambulare al di fuori del proprio domicilio. Per quanto riguarda l’economia, la pandemia da COVID-19 sembra destinata a determinare, al pari di una guerra o di una crisi finanziaria, un nuovo incremento dell’intervento pubblico. Lo Stato italiano non si sta occupando (o almeno non si è occupato fino ad ora) di produrre direttamente mascherine o respiratori, ma ne sta incentivando la produzione, e inoltre sta acquistando attrezzature e dispositivi sanitari e assumendo personale specializzato allo scopo di potenziare i propri servizi.

In sostanza, alla spesa sanitaria sta accadendo ciò che in tempo di guerra accadrebbe alla spesa militare. Inoltre, il Governo ha già stanziato 25 miliardi – finanziati quasi del tutto in deficit – per sostenere i lavoratori, le famiglie e le imprese che in questa fase si trovano in difficoltà, e quando l’emergenza sanitaria sarà superata non esiterà a spendere quanto sarà necessario per incentivare la ripresa dei consumi, stavolta con l’appoggio dell’Unione Europea. Ma c’è di più. La circostanza più rilevante che questa crisi potrebbe lasciarci in eredità è il superamento – forse temporaneo, forse no – dell’economia di mercato. Per evitare il fallimento delle imprese in crisi di liquidità, e una conseguente impennata del tasso di disoccupazione, la mano pubblica, approfittando della flessibilità garantita dalla Commissione Europea in materia di aiuti di stato, potrebbe finanziare massicciamente il settore privato o rilevare direttamente quote di capitale.

In entrambi i casi, il debito pubblico lieviterà considerevolmente, proprio come è​accaduto in passato nei periodi di guerra. In questo modo si configurerebbe un ritorno al modello dello Stato-imprenditore che ha caratterizzato il nostro Paese per circa sessant’anni, a partire dai primi anni ’30 del secolo scorso. Vi sono anche delle differenze, si diceva, tra la situazione che stiamo attraversando e quella determinata dallo stato di guerra. Oggi, infatti, il PIL e l’inflazione, già fermi prima della crisi, sono in caduta libera: la produzione di apparecchiature sanitarie e un moderato aumento della spesa pubblica non possono supplire al blocco delle vendite al dettaglio e delle attività produttive non indispensabili alla sopravvivenza. Un’altra diversità, dovuta però prevalentemente alla struttura istituzionale di cui si è dotata l’Unione Europea, riguarda la politica monetaria.

La Banca Centrale Europea, lanciando il nuovo programma d’acquisto emergenziale (il PEPP, un “bazooka” da 1.000 miliardi di euro) si è impegnata a comprare titoli pubblici emessi dagli Stati che fanno parte dell’eurozona fino a quando la straordinarietà della crisi lo richiederà, ma non modificherà comunque il proprio statuto e non potrà, dunque, intervenire sul mercato primario. Ciò significa che non vi sarà alcuna forma di monetizzazione del debito, anche se gli interessi pagati dai Paesi per finanziarsi saranno contenuti. In questo scenario vi è anche un’incognita politica. Non è raro che al termine di una guerra gli equilibri politici precedentemente costituitisi vengano meno e che emerga una nuova classe dirigente.

Se in Italia avverrà qualcosa di simile dipenderà dalla capacità del Governo di gestire l’emergenza sanitaria e la successiva “ricostruzione”. In ogni caso, gli Italiani potrebbero riscoprire il valore della competenza, e non ci sarebbe da meravigliarsi se in un futuro non troppo lontano il Parlamento e Palazzo Chigi fossero frequentati da un elevato numero di medici, dirigenti sanitari ed amministratori locali. Leonardo Cappuccilli

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