Lettere in redazione/ “Se noi molisani non amiamo la nostra terra, chi dovrebbe farlo?”

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Riceviamo e pubblichiamo

Gentilissimo direttore,

Ho letto di alcuni molisani e molisane che, a seguito delle proprie capacità, hanno avuto ammissioni a prestigiose università europee o inserimenti in contesti lavorativi di un certo respiro oltre frontiera. Desidero formulare i miei più sinceri auguri a tutti costoro, ma anche fare delle riflessioni. Il Molise, tranne qualche sporadica città che per posizione geografica e indotto industriale regge ancora, sta progressivamente vedendo scemare il numero dei propri abitanti.

Il punto è: se noi molisani, ossia noi che siamo nati in questa terra, che ne sposiamo la cultura, la storia, le tradizioni, la consideriamo un vuoto a perdere, e quindi la utilizziamo come una mera area di sosta temporanea, come possiamo pretendere che essa faccia dei balzi in avanti in termini di ripopolamento, di produttività e di attrattività?
Se qualcuno ricorda, alle passate elezioni politiche ci fu chi, degli imprenditori nostrani, voleva attuare un progetto: richiamare in Molise, quanto più possibile, corregionali che, in Italia o all’estero, si fossero distinti in vari campi, dando così a questa piccola regione un apporto decisivo alla sua crescita. Il progetto, secondo me, è ancora attuabile e non bisogna demordere, ma solo intavolare una seria discussione con chi ci amministra e fungere da continuo pungolo nei loro confronti, anche e soprattutto quando non vogliono ascoltare o si dimostrano balbettanti dinanzi a certe proposte.

Il Molise, pur se così piccolo, ha tutto: mare, montagne, colline, laghi, storia, campagne paragonate a certe zone della Borgogna o dell’Irlanda per qualità del terreno e clima. Il tutto in soli 4.438 chilometri quadrati.

Eppure siamo qui a disprezzarlo, a ritenere che sia una battaglia persa prima ancora di essere ingaggiata, ad accantonarlo nel momento in cui completiamo il nostro ciclo di studi. Le regioni che sono divenute grandi non in termini territoriali ma produttivi sono quelle in cui la gente, animata da amore per esse, si è rimboccata le maniche e ha agito piuttosto che lamentarsi.

Diceva Noel Claraso i Serrat, scrittore di Barcellona: “Viaggiare serve soltanto a voler più bene al luogo in cui siamo nati”.

Riflettiamo su questo.

Mariapaola De Bernardis

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