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Giovani imprenditori italiani riscoprono l’agricoltura

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Tornare all’agricoltura. Questa è la nuova frontiera che vede sempre più giovani dedicarsi alla terra e soprattutto ai prodotti che essa produce. Ritorno al passato spiegabile con il fatto che si tratta di un comparto anticiclico, capace di assorbire forza lavoro soprattutto ora che la recessione ha creato crisi in moltissimi comparti lavorativi. Agricoltura che fa registrare che quasi un’impresa su dieci, tra quelle gestite da giovani, opera e produce proprio nel settore agricolo. A mostrare il quadro della situazione è la Coldiretti che, in uno studio legato a un premio inerente al comparto agricolo, evidenzia come oltre cinquanta mila aziende sotto la guida di under trentacinque a fronte di 1,1 milioni di attività riconducibili a under quaranta sono a fare la differenza nel nostro Paese che da qualche anno si è risvegliato con una coscienza agricola. Numeri che indicano come nei primi nove mesi del 2016 l’agricoltura e l’allevamento sono al secondo posto - al primo il commercio al dettaglio - in termini di nuove aperture di aziende guidate da giovani imprenditori. Secondo il dossier della Confederazione di categoria sono 7.569 le start up avviate da ventenni e trentenni che scommettendo su innovazione, coltivazioni biodinamiche e produzioni a chilometri zero, riscoprono i mestieri rurali di un tempo, quando il Paese era indiscutibilmente votato proprio all’attività agricola. Inoltre, a dare una spinta verticistica nel comparto sono i sussidi, le decontribuzioni, e i finanziamenti agevolati; ecco perché il richiamo alla terra, che fa rivivere storie imprenditoriali del passato con una variante però: sono basate sul rinnovamento e sullo spirito di iniziativa. Si tratta di tratto comune ai giovani selezionati per il concorso Oscar Green che ha premiato la creatività d’impresa.

Tra i finalisti dell’edizione 2016 figura un trentaseienne di Catania, che dopo gli studi all’Accademia di Moda di Milano ha brevettato un procedimento per estrarre dalle bucce di arancia una cellulosa destinata alla produzione di fibre. Il risultato è un prodotto che consente di filare un tessuto simile alla seta. Altro finalista un trentaduenne Siciliano che una decina di anni fa su un terreno di 10 ettari a Giarre dove la sua famiglia coltivava agrumi, ha iniziato a sostituire le piante di limone con avocado, passion fruit e, da ultimo, micro citrus. Agrume che produce frutti tanto piccoli quanto preziosi con prezzi da capogiro 180 euro al chilogrammo tant’è che è stato battezzato come il primo caviale vegano. Spostandosi al nord, in Friuli, un giovane imprenditore di Specogna fa dipingere da artisti le bottiglie riserva prodotte dall’azienda vitivinicola di famiglia. Bottiglie gioiello a tiratura limitata. Tutte unicità che fanno si che il duro lavoro della coltivazione ha ripreso il posto che merita surclassando di netto quello legato allo status simbol della giacca e cravatta con tanto di telefonino e computer portatile che privilegia solo le parole ma non i fatti che sono quelli che contano se si vuol far rinascere l’economia nazionale.

Massimo Dalla Torre

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