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“Come si fa a non vendersi l’anima…”

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Non so quanti di voi ricordano il ritornello di una delle più belle canzoni di Gino Paoli; almeno crediamo che l’abbia scritta lui e se non lo ha fatto è frutto di uno dei cantautori della scuola genovese. Un ritornello che abbiamo preso in prestito quale titolo, per cercare di capire e di conseguenza analizzare, cosa spinge i politici a disconoscere il proprio credo e il mandato affidatogli dall’elettore lasciando esterrefatti chi ti ha dato fiducia affinché rappresentasse le proprie esigenze nei palazzi che contano. Un ritornello che molti ripetono in maniera assillante per evidenziare che la misura è colma.

Uno stato di saturazione dettato dagli atteggiamenti e dalle azioni messe in atto da chi “indisturbato ospite” è in procinto di mettere in atto manovre pericolose per il sistema senza alcuna logica che portano inequivocabilmente allo sbandamento collettivo. Uno sbandamento che mostra come, chi si appresta a mettere in atto “bislaccate”, fa suo il detto popolare: “con un occhio frigge il pesce e con l’altro guarda la gatta” tant’è che merita sfiducia. La quale, è nata da avvenimenti che destabilizzano il parterre che connota i palazzi che contano. Destabilizzazione che non appassiona, perché mostra come l’uomo è attaccato alla poltrona e non all’idea; ecco perché siamo sempre più convinti che i “magheggi” sono attuati da chi non ha la necessità di arrivare alla fine del mese perché non riesce a calmierare le spese, non quelle superflue, bensì quelle necessarie ma da chi è attratto “dall’orto del vicino” che è sempre più rigoglioso e che, accortosi dell’interessamento mette in mostra ancora di più i suoi prodotti anche se sa che è tutto un “bluff”.

Un qualcosa che si adatta benissimo ai fatti che stanno caratterizzando e vivacizzando questa stagione politica, dove, tra l’altro, è in atto una battaglia tra “titani” appartenenti finanche alla stessa compagine, e qui sta l’assurdo, che cercano di accaparrarsi più truppe possibili; chissà poi cosa se ne farà. Una sorta di arruolamento come quello effettuato nell’America della grande epopea che vedeva campeggiare sui muri i manifesti con la frase “I want you”. Invito proferito da un personaggio con in testa un cilindro a stelle e strisce che, con il dito puntato verso chi si soffermava a leggere, invitava a dare il proprio contributo alla causa. La quale, si prefiggeva di difendere chi non aveva la possibilità di farlo.

Peccato che la maggior parte delle volte non si faceva in tempo ad arrivare allo scontro finale perchè, un colpo di fucile, di cannone o una imboscata del nemico, metteva fine alle velleità di difesa in nome di una fantomatica libertà dietro cui si celavano interessi personali pur di conquistare il potere. Fatti e avvenimenti che pur appartenenti al passato mostrano che le imboscate continuano e il numero delle vittime è sempre più elevato. Una guerra, con caratteristiche che presentava, quella di allora, una variante: la coscienza era padrone delle azioni e “prima di vedersi l’anima” ci si pensava; ma quelli erano altri tempi e i personaggi non erano quelli di oggi che, pur di ottenere qualcosa, come fece Faust, sono disposti a firmare il patto, non con il demonio bensì con chi ne sa una più del “signore degli inferi” che ha eletto a proprio domicilio il Molise. Personaggi che ammaliano le varie anime con miraggi e promesse frutto di macchinazioni che non sortiscono alcun effetto perché come dice un detto popolare: “non si può tenere il piede in due scarpe” specialmente se queste sono strette.

Massimo Dalla Torre

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