Ripubblichiamo la nostra inchiesta in merito al fallimento dell’It Holding fatta già a marzo del 2009. Cerchiamo di capire il perché sia andato in default un gruppo molisano da oltre 600 milioni di fatturato - Soprattutto fragilità interne all’azienda hanno portato all’amministrazione straordinaria
Non sarà stato il crack del secolo, ma sicuramente è stato un crack che, anche in tempi di crisi e di fallimenti, ha fatto rumore. Nel Molise, poi, è stato davvero un evento traumatico, visto che, per la seconda volta, l’orgoglio del settore tessile e della moda regionale è andato, d’improvviso, a farsi benedire. Parliamo, come avrete capito, della It Holding del cavaliere Tonino Perna, un botto da 600 milioni di euro, un gigante del lusso, con marchi come Ferrè, Malo, Exte con sede a Pettoranello del Molise, provincia di Isernia. Che cosa è successo, in realtà.
Perché, dopo il crack Pantrem della fine degli anni 80, dopo il crack della Gtr del fratello di Tonino, Remo (in predicato peraltro di intervenire in un possibile salvataggio della It Holding) oggi con It Holding siamo al crack numero 3 del tessile molisano e della famiglia imprenditoriale dei Perna. Ogni volta, però, ci sono stati strascichi importanti, persone che hanno perso il posto di lavoro, terzisti che si sono ritrovati in mezzo ad una strada, l’indotto che è andato a farsi benedire, il Molise che dall’orgoglio di avere un industria di caratura internazionale si risveglia nell’incubo di un buco capace di minare alle fondamenta l’intera economia locale. I numeri, d’altronde, sono impressionanti. Come ricordava in una recente inchiesta Il Sole 24 Ore, che ha mandato un proprio inviato per cercare di capire i perché di una regione che ogni tanto salta agli onori della cronaca per le crisi o i fallimenti di grandi aziende, la It Holding con un fatturato di 600 milioni di euro rappresenta da sola più del dieci per cento dell’intero prodotto interno lordo regionale, che supera a malapena i 5,2 miliardi di euro complessivi. Sulla questione, dopo la richiesta di amministrazione straordinaria del gruppo, richiesta dallo stesso Tonino Perna, vista l’impossibilità di onorare i debiti dell’azienda, ha aperto un faro anche la magistratura, con la procura di Isernia che, peraltro come è quasi prassi di fronte ad eventi economici tanto traumatici, ha aperto un fascicolo, esteso all’intera galassia facente capo alla It Holding, nove società direttamente riferibili alla capogruppo. Ma cercare di dare un senso economico a quanto accaduto a Pettoranello non è cosa semplice, sia per le dimensioni del gruppo sia per le sue ramificazioni societarie, sia per le peculiarità industriali ed operative con cui la It Holding conduceva il suo business. Eppure qualce informazione in più è doverosa fornirla, per capire e sfuggire dal fatalismo, tutto molisano, del “tanto a noi tutte le cose prima o poi vanno male”. Non è così, e la vicenda It Holding non è figlia del caso o del destino cinico e baro, ma di precise scelte patrimoniali, aziendali, industriali che, probabilmente, non si sono rivelate vincenti e giuste. Per iniziare bisogna poi sgomberare il campo da un altro ragionamento semplice forse, ma non vero né fondato. It Holding non è fallita perché c’è stata la grande crisi del 2008 e del 2009, anche se, chiaramente, la grande crisi non ha aiutato l’azienda di Pettoranello. Certo i consumi di beni di lusso sono declinati, ma non a tal punto da far chiudere i player del settore. Non hanno chiuso le altre maison della moda, non hanno chiuso le aziende del lusso come Bulgari, non ha chiuso il colosso francese Lvmh, non ha chiuso praticamente nessuno. Guadagnano di meno, ma non sempre, riducono i costi, le spese, in qualche caso, ma non sempre gli investimenti, ma certo Armani non ha risentito della grande crisi, così come Dolce e Gabbana o Prada continuano a vendere ed essere un punto di riferimento della moda mondiale e del Made in Italy, così come lo è sempre stato anche il marchio Ferrè. It Holding aveva fragilità di suo, fragilità nella redditività e nella scarsissima patrimonializzazione, nei troppi debiti e nell’eccessivo uso dei capitali finanziari. Questo nel momento in cui i debiti sono diventati un prodotto non più di moda, ci si scusi il gioco di parole, quando le banche non ti supportano più nell’acquisizione di marchi a prezzi da amatori (come è stato ad esempio con l’acquisto della maison Ferrè), quando i lustrini e le paillettes di un mondo di lusso non impressionano più i creditori istanti, il castello di carta, di finanza può crollare. Come in effetti, nel caso di It Holding, è crollato. Leggiamo qualche numero della It Holding, che tra l’altro era un’azienda quotata alla borsa italiana e quindi controllata dalla Consob e obbligata a fornire numerosi dati della propria attività e renderli pubblici. Nel 2007 la It Holding ha sviluppato vendite per 650 milioni di euro. Il costo del venduto, ossia i costi direttamente imputabili alle merci vendute, e quindi essenzialmente i tessuti e le materie prime, è stato pari a quasi 200 milioni di euro, 194 per la precisione. Se ci si fosse fermati qui, alla fine le cose non sarebbero neanche state malvagie. Ma a pesare come un macigno sull’intera impalcatura aziendale della It Holding ci sono le cosiddette spese amministrative, generali e di vendita, una botta solo nel 2007 per 441 milioni di euro. In questa voce ci sono i costi per i contoterzisti e le sfilate, per i negozi, per la pubblicità, le royalties agli stilisti di cui la It Holding era concessionaria (vedi Cavalli). Per la pubblicità It Holding nel 2007 ha speso 34 milioni di euro. Il personale con 43 dirigenti, 1295 impiegati e 445 operai è costato 66 milioni di euro. Spese indubbiamente necessarie per attività che vivono prevalentemente di immagine, ma resta il fatto che una dimensione dei costi tanto pesante, cui si aggiungevano peraltro altri 40 milioni di euro di ulteriori costi operativi aveva il semplice effetto di rendere l’azienda semplicemente non produttiva. La It Holding in poche parole smuoveva un vortice di soldi, tra vendite e costi aziendali ma alla fine della giostra, dopo un anno di attività, agli azionisti e ai soci restava poco o nulla. L’azienda, in altri termini, non produceva reddito. E questo in un mondo, quello del lusso, con margini comunque grassi, grazie anche alla delocalizzazione in paesi a basso costo di lavoro e alla scelta del contoterzista, sul quale si scaricano gli oneri meno comprimibili, come quelli del personale per il confezionamento degli abiti, è una chiara anomalia rispetto ai competitors. Non solo ci sono marchi che hanno generato solo perdite, come Malo, originariamente un produttore di maglie in cashmere che, non si bene perché, da prodotto di cashmere doveva diventare, nelle strategie di It Holding, un marchio di prodotti di lusso tout court. Risultato: vendite per 54 milioni di euro e perdite per 10 milioni di euro. Non costano poco nemmeno gli amministratori, tra cui lo stesso Tonino Perna, e i dirigenti con repsonsabilità strategiche: i primi hanno percepito nel 2007 complessivamente 1,836 milioni di euro, i secondi 1,891 milioni di euro. Quasi 4 milioni di euro, cioè l’utile netto di quell’anno per pagare il top management, quindi. Inoltre It Holding ha maturato oneri per 1,581 milioni di euro verso la società controllante, la Gtp Holding spa sempre di Tonino Perna, per servizi prestati. Ma a dare il colpo fatale a questa gestione aziendale a dire il meno poco brillante ci sono poi gli oneri finanziari, i soldi che It Holding doveva alle banche e agli enti finanziatori dell’attività, il mancato pagamento dei quali, en passant, ha condotto Tonino Perna a chiedere l’amministrazione straordinaria dell’azienda. Anche qui bisogna fare una premessa. La It Holding, come in generale tutte le attività avviate negli anni dai fratelli Perna, ha fatto un ricorso massiccio a capitali di banche e istituzioni finanziarie. In pratica di capitale proprio Tonino Perna nella azienda da lui avviata non ne ha messo molto. Non solo. Per arrivare a questi livelli di fatturato, per acquisire marchi come Malo e soprattutto Ferrè, It Holding ha dovuto ulteriormente indebitarsi, per cifre importanti. Per finanziare l’acquisto della maison Ferrè, un acquisto che tutti gli analisti hanno ritenuto effettuato a prezzi elevati, la It Holding ha sottoscritto un bond da 185 milioni di euro. E li ha pagati assai cari: nel 2005 il bond fruttava alla banca erogante il 9,8%, in un periodo peraltro di tassi calanti e bassi. E solo questo comportava un onere di 18 milioni di euro di interessi annui solo per il servizio del bond. Ma l’indebitamento della It Holding non si limita solo a questa obbligazione. Ogni anno la It Holding aveva un peso finanziario di circa 36 milioni di euro. E così facendo gli interessi si mangiavano in pratica quell’utile certamente non stratosferico che ogni anno l’azienda produceva. Anche sotto l’aspetto del patrimonio aziendale la It Holding ha avuto sempre più di qualche difficoltà. Di liquidità, di cassa il gruppo praticamente non ne aveva. Quando ha chiesto l’amministrazione straordinaria aveva meno di 20 milioni di euro. In compenso aveva un magazzino, ossia merci in giacenza, di importo davvero rilevante: ben 140 milioni di euro di merci in deposito, pronte alla vendita, con un incremento nel solo 2007 di ben 12 milioni di euro. Queste merci erano così suddivise: 34 milioni di euro di materia prima, 20 milioni di euro in semi lavorati e ben 86 milioni di euro in prodotti finiti pronti per la vendita. Tutto questo nonostante una svalutazione del magazzino per oltre 5 milioni di euro, 5,889 milioni di euro per la precisione. Ora qual è il punto del magazzino: il punto è che l’incremento del magazzino in un bilancio è considerato alla stregua di un aumento di fatturato. Però di vendite non si tratta, per cui specie se per cifre tanto importanti, anche un incremento del magazzino troppo ottimistico significa dare una rappresentazione del bilancio diversa da quella reale. Un esempio per spiegare bene questo passaggio: nell’esercizio 2007 It Holding ha chiuso con un utile netto di 4 milioni di euro, con un aumento del magazzino di 12. Se solo questo incremento di magazzino si fosse rivelato nel 2008 in parte non più realistico, o non si fosse tradotto in vendite per un motivo o un altro, l’utile del 2 0 0 7 non sarebbe stato tale. Un’altro problema importante di It Holding è quello che tecnicamente si chiama qualità dell’attivo. Come abbiamo visto l’azienda per uscire dalle secche di essere un mero licenziatario di griffe di proprietà di altri, in pratica un mega terzista (e quetso business ancora pesa per quasi 500 milioni di euro, con licenze come Cavalli, C’nc costume nationale, Versace Jeans Couture e Versace sport al momento della entrata in amministrazione straordinaria) ha fatto degli acquisti, il più importante dei quali è stato quello già ricordato di Gianfranco Ferrè. Ma, come si legge nel bilancio dell’azienda, alcuni di questi acquisti, essenzialmente Ferrè e Malo, sono stati considerati a vita utile indefinita. E quindi non soggetti a svalutazioni di valore, secondo il procedimento tecnico definito ammortamento. Siccome la quota di ammortamento è un costo, appesantisce il bilancio di un’azienda e riduce il suo utile c’è da interrogarsi se una tale scelta si sia rivelata azzeccata. Tale decisione, dice il bilancio, è stata presa alla luce della storicità dei marchi, della loro forza sul mercato e dei continui investimenti pubblicitari. Il marchio Gianfranco Ferrè è in pancia ad It Holding per 149 milioni di euro e Malo per altri 15. Ma Gianfranco Ferrè, del quale è scomparso il fondatore e figura carismatica proprio nel 2007, produce solo 7 milioni di risultato operativo positivo, mentre Malo, che probabilmente non ha neanche l’appeal della griffe di uno stilista, ha perso nel 2007, come abbiamo visto, 10 milioni di euro. Eppure It Holding non solo non ha svalutato questi marchi ma anzi, come si legge nel bilancio 2007, era assolutamente ottimista rispetto alla loro resa. Intanto la tensione finanziaria del gruppo si poteva già vedere nel 2007: oltre 200 milioni di debiti commerciali, quindi a parte le banche e gli istituti finanziari, di cui 46 milioni circa fornitori, 64 consulenti non meglio specificati e quasi 64 milioni di euro verso i terzisti. Gli stessi sindaci della società peraltro qualche perplessità sull’aspetto finanziario in sede di resoconto gestionale inviato all’assemblea l’avevano manifestata: l’entità degli oneri finanziari sul fatturato (5,59%) può provocare effetti negativi sul percorso di crescita della società (previsione che oggi sembra quantomeno eufemistica), l’attività operativa del gruppo è servita per lo più al pagamento degli oneri finanziari. Ma a parte questo anche il collegio sindacale è sicuro che la strada intrapresa sia quella giusta e che gli obiettivi, definiti ambiziosi, sia in termini di tassi di crescita del fatturato che di contenimento dei costi nel suo complesso appaiono coerenti con il mercato di riferimento, con la struttura della Vostra società e con le sue potenzialità. Così chiosavano i tre sindaci (costo dell’organismo 273.000 euro complessivi), il presidente Angelo Rocco Bonissoni, e i due effettivi Simone Feig e Marco Giuseppe Maria Rigotti dando il loro via libera al bilancio dell’esercizio 2007. A distanza di un anno evidentemente qualcosa, purtroppo, non è andato per il verso giusto. |