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Il quadro politico vede una lotta serrata tra centro destra e centro sinistra - Analizziamo anche i metodi di selezione dei consiglieri provinciali
E’ ufficialmente partita la campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio provinciale di Campobasso. Sette i candidati presidenti, ben 29 le liste di appoggio agli stessi, un esercito di aspiranti consiglieri provinciali da oggi in manovra sul territorio alla ricerca di voti e consensi.
Anche questa tornata amministrativa ha caratteristiche ormai consolidate nella politica molisana. Da un lato un centro destra coeso, gestito con sicurezza e grande capacità manovriera da Michele Iorio, raccolto dietro le spalle di un unico candidato, in questo caso Rosario De Matteis, e supportato dal fuoco di fila di un gran numero di liste e di candidati, ben 14 in questo caso. Una formula sinora risultata vincente in tutte le consultazioni, da quella per il rinnovo del Consiglio comunale di Campobasso a quello per Termoli e capace di strappare amministrazioni in mano al centro sinistra senza grossi sussulti o difficoltà. Dall’altro un centro sinistra irrimediabilmente diviso, frazionato tra almeno quattro candidati, con un dissidio insanabile tra i suoi maggiori azionisti, ossia il Partito Democratico (che propone la giovane Sindaco di Riccia, Micaela Fanelli) e l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro (che propone la vecchia volpe democristiana Pierpaolo Nagni). Detta così i giochi sembrerebbero davvero fatti. Eppure non è proprio così. A ragionevole giudizio degli osservatori di cose politiche la gara è piuttosto tesa e non affatto assegnata. La Provincia di Campobasso non è infatti storicamente e per risultati elettorali una Provincia di centro destra e anche quando il centro destra ha vinto (come nelle regionali ultime del 2006) lo ha fatto senza un grande scarto in termini di voti (poco più di 3000). Anche nelle consultazioni politiche del 2008 il centro sinistra ha vinto in provincia di Campobasso: Veltroni raccolse 69.000 voti pari al 48,07% dei consensi, ai quali si devono sommare i 2860 voti della sinistra arcobaleno di Bertinotti, voti che fecero superare al centro sinistra il 50% dei consensi. Berlusconi raccolse, in una tornata elettorale per lui trionfale in tutta Italia, solo il 40% dei voti in Provincia ai quali vanno sommati i 6438 voti dell’UdC di Casini, alleato anche nella tornata provinciale del Polo delle Libertà, per un totale di circa il 45% dei consensi. Insomma i dati storici ci dicono che, nonostante l’impatto delle sue 14 liste, per Rosario De Matteis non sarà in ogni caso una passeggiata. Certo le divisioni del centro sinistra contano, ma in favore del centro sinistra e delle sue sorti elettorali milita anche qualche altra considerazione. In particolare la scelta del Partito Democratico è ricaduta su una giovane donna che ha vinto il suo primo contest elettorale, quello per la guida del Comune di Riccia, grazie ad un consenso elettorale trasversale. Un consenso che le ha consentito di vincere la competizione contro il PdL ufficiale, grazie ad un travaso, qualcuno dice teleguidato da assessori regionali del PdL, di voti del centro destra stesso. Il 15 maggio le cose sono diverse, ma Micaela Fanelli porta con sé sia il fatto di essere comunque Sindaco di Riccia e poi la rete di relazioni che, come consulente di grande visibilità dell’Assessorato regionale alla Programmazione, è stata capace di costruire. E in una gara tesa all’ultimo voto, spostare qualche migliaio di consensi da un blocco all’altro potrebbe essere decisivo. Certo è che De Matteis punta tutto sulla vittoria al primo turno, anche se un ballottaggio, con una opposizione così divisa neanche sembra una prospettiva tanto drammatica per il politico di San Giuliano del Sannio. Anche a Termoli Di Brino è andato al ballottaggio ma ha vinto lo stesso. E poi l’Italia dei Valori ha già fatto sapere che non voterà la Fanelli al ballottaggio. Ma senza l’appoggio e il traino dell’esercito di candidati delle sue 14 liste è ovvio che i rischi per De Matteis comunque potrebbero esserci, oltre ad una tradizionale disaffezione dell’elettorato di centro destra nella frequentazione delle urne. Sarà in ogni caso un mese di fuoco che si giocherà, più che nei talk show e nelle convention nella ricerca spasmodica, casa per casa, di ogni singolo voto utile alla causa. Abbastanza oscuro risulta essere, per la maggioranza dei cittadini, il sistema di votazione per il rinnovo dei consigli provinciali. Cerchiamo allora di fare un po’ di chiarezza e di far capire meglio le dinamiche poste alla base del voto. Alla Provincia si vota con il sistema maggioritario per il presidente : chi ottiene oltre il 50% dei voti risulta subito eletto. Ogni candidato alla presidenza è collegato con uno o più gruppi di candidati al consiglio provinciale. Se nessun candidato ottiene più del 50% dei voti, i due più votati se la vedono faccia a faccia due settimane dopo in un turno di ballottaggio. All’eventuale ballottaggio risulta eletto il candidato con più voti. E sin qui il sistema non si differenzia in nulla da quello in uso per le elezioni nei comuni e per le elezioni dei sindaci. Per i consiglieri provinciali invece si usa un sistema uninominale corretto: la Provincia è divisa in diversi collegi e in ogni collegio ogni gruppo presenta un solo candidato che può collegarsi con candidati del suo gruppo in altri collegi o raggrupparsi in alleanze di diversi gruppi per sostenere un candidato alla presidenza (vedi le 14 liste di De Matteis o le sei della Fanelli). L’elezione dei consiglieri provinciali è effettuata sulla base di collegi uninominali, nel caso della Provincia di Campobasso parliamo di 19 collegi (ridotti rispetto alla precedente tornata elettorale). Cerchiamo di capirlo meglio. Innanzitutto c’è un quorum di accesso: non sono ammessi all’assegnazione dei seggi i gruppi di candidati che abbiano ottenuto al primo turno meno del 3 per cento dei voti validi e che non appartengano a nessuna coalizione di gruppi che abbia superato tale soglia. Per l’assegnazione dei seggi a ciascun gruppo di candidati collegati, si divide la cifra elettorale ossia il totale dei voti riportati da ciascun gruppo di candidati successivamente per 1, 2, 3, 4 ... sino a concorrenza del numero di consiglieri da eleggere. Quindi tra i quozienti così ottenuti si scelgono i più alti, in numero eguale a quello dei consiglieri da eleggere, disponendoli in una graduatoria decrescente. A parità di quoziente, nelle cifre intere e decimali, il posto è attribuito al gruppo di candidati che ha ottenuto la maggior cifra elettorale e, a parità di quest’ultima, per sorteggio. Qualora il gruppo o i gruppi di candidati collegati al candidato proclamato eletto presidente della provincia non abbiano conseguito almeno il 60 per cento dei seggi assegnati al consiglio provinciale, a tale gruppo o gruppi di candidati viene assegnato il 60 per cento dei seggi. In caso di collegamento di più gruppi con il candidato proclamato eletto presidente, per determinare i numero di seggi spettanti a ciascun gruppo, si dividono le rispettive cifre elettorali corrispondenti ai voti riportati al primo turno, per 1, 2, 3, 4... sino a concorrenza del numero dei seggi da assegnare. Si determinano in tal modo i quozienti più alti e, quindi, il numero dei seggi spettanti ad ogni gruppo di candidati. Ma questo complicato meccanismo nella pratica quotidiana cosa comporta? Comporta che la competizione è per il singolo candidato innanzitutto nel collegio per avere più voti rispetto ai suoi avversari, ma è anche con i suoi concorrenti di lista e non solo nel suo collegio. Quindi il candidato deve stare attento a che nella sua coalizione le altre liste alleate non abbiano candidati troppo forti perchè questo abbasserebbe il suoi quoziente. Ma non basta. Deve stare attento anche ai risultati dei suoi stessi colleghi di lista negli altri collegi. Il sistema dei quozienti infatti fa sì che la lista porterà in consiglio provinciale i candidati che hanno avuto i quozienti maggiori. E quindi un candidato può avere avuto anche un buon risultato nel collegio, ma rimanere fuori perché nella sua lista altri candidati, in altri collegi, hanno avuto quozienti maggiori rispetto a lui. Insomma si tratta di un sistema complicato, in cui la lotta politica è anche interna alle coalizioni e alle stesse singole liste, in cui il gioco di epsi e contrappesi porta ad accordi sotterranei e segreti, ad intese di opportunità anche con gli avversari ad un gioco politico machiavellico di cui gli elettori ben poco possono sapere. |