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Nuovo statuto regionale: la casta si arrocca | Stampa |
Scritto da redazione   
Sabato 05 Marzo 2011 10:18

moliseL’approfondimento/ Divieto d’accesso ogni lunedì alle 21,30 su Tlt Molise

Oltre all’aumento dei Consiglieri ci sono molte norme che aumentano, spesso a dismisura, i costi della politica - Nei 72 articoli è un proliferare di comitati, di consulenze, di spesa discrezionale gestita dai Consiglieri regionali

L’argomento del giorno è sicuramente l’approvazione da parte del Consiglio regionale del Molise del nuovo statuto della Regione. Si tratta di un passo importante, essendo lo statuto la carta fondante dell’autonomia regionale, una sorta di costituzione a livello territoriale e innovando uno strumento ormai obsoleto, visto che il precedente statuto datava anno 1971. La polemica è al calor bianco sull’incremento di consiglieri regionali, dagli attuali trenta a 32 previsti dal nuovo statuto. Ma in effetti, se questo è il punto di maggior interesse per l’opinione pubblica, è anche vero che lo statuto della Regione Molise non è solo questo e che nei suoi dieci titoli e nei suoi 72 articoli contiene anche molte altre norme, spesso assai importanti. Cerchiamo allora di analizzare meglio questa legge per capirne filosofia, modo di operare e significati giuridici e politici. Segnaliamo allora alcuni articoli. In particolare l’articolo 2 stabilisce una sorta di pianificazione dell’economia regionale: “la Regione definisce le strategie dello sviluppo sociale ed economico mediante il piano regionale di sviluppo e gli atti di pianificazione territoriale e di valorizzazione ambientale”. Si tratta dei vecchi piani quinquennali della economia sovietica, una intrusione pesante nello sviluppo libero di questa comunità. E’ chiaro che un Michele Petraroia, formatosi nell’era del socialismo reale abbia votato a favore, perché è una norma puramente comunista e nessuno degli altri evidentemente ha capito niente. L’articolo 9 ribadisce questo progetto di Regione pianificatrice dell’economia, presente in ogni attività imprenditoriale “la Regione persegue le proprie finalità ispirando la sua azione ai metodi della programmazione partecipata”. Cioè la Regione sta sempre in mezzo. Il nuovo statuto prevede il referendum popolare per l’abrogazione delle leggi regionali o di suoi regolamenti. Lo devono richiedere 10.000 elettori o i due Consigli provinciali o un minimo di quindici Consigli comunali che rappresentino un decimo della popolazione della regione (ad oggi circa 34.000 abitanti). Ma per diventare effettiva questa previsione deve essere regolamentata da un’apposita legge regionale e quindi la norma non è immediatamente efficace. L’articolo 15 è quello famigerato che aumenta i consiglieri da 30 a 32. Va precisato che la costituzione prevede un percorso autonomo di referendum per lo statuto regionale. “Lo statuto è sottoposto a referendum popolare – sancisce l’articolo 123 della Costituzione- qualora entro tre mesi dalla sua pubblicazione ne faccia richiesta un cinquantesimo degli elettori della Regione o un quinto dei componenti il Consiglio regionale. Lo statuto sottoposto a referendum non è promulgato se non è approvato dalla maggioranza dei voti validi”. Ed ecco perchè le assenze, i distinguo sono tutti strumentali ad una cortina fumogena della casta politica molisana. Bastano sei consiglieri regionali per chiedere il referendum. Ma a votare contro sono stati solo in due, Pangia e Natalini, gli altri hanno fatto i pesci in barile. Segnaliamo poi come all’articolo 16, delle competenze del consiglio regionale, si consente al consiglio di avvalersi di organismi esterni per la ricerca e la raccolta dei dati necessari all’esercizio delle proprie funzioni. In pratica consulenze a iosa. Poi nel nuovo statuto si apre un’altra partita molto importante. Quella dei regolamenti. Ad esempio l’articolo 19 stabilisce che è dovere dei consiglieri partecipare ai lavori del consiglio. “La mancata partecipazione è sanzionata nei modi stabiliti dal regolamento interno”. E quindi sarà questo regolamento a decidere come andrà sanzionato il consigliere assenteista. In pratica è la casta che deciderà sui comportamenti scorretti dei propri membri. Idem per quel grande mercato delle vacche che sono i gruppi regionali. Articolo 21 del nuovo statuto. “Il regolamento interno stabilisce il numero minimo di consiglieri occorrente per costituire un gruppo, garantendo comunque il diritto di costituire un gruppo per ciascuna lista che abbia espresso almeno un consigliere alle elezioni regionali”: la casta ha deciso che il gruppo monocellulare è una realtà, visto che ogni lista ha diritto al suo gruppo anche se elegge, come è frequente, un solo suo esponente. Per il resto decidiamo noi, ossia il regolamento interno. Passiamo all’articolo 24. L’ufficio di presidenza è composta da ben 5 consiglieri: il presidente, due vicepresidenti e due segretari. Ovviamente questa struttura costa soldi. E chi decide quanto? Ma è chiaro: il regolamento interno, cioè loro stessi, che “individuano le competenze dell’Ufficio di presidenza nell’esercizio dell’autonomia organizzativa, funzionale, contabile e contrattuale del consiglio”. Come si approva il regolamento interno? Con la maggioranza assoluta dei suoi componenti e unitamente ad un regolamento di amministrazione e contabilità, con il quale definisce i principi e le procedure per la gestione delle proprie risorse finanziarie. Cioè sono i consiglieri a decidere come spartirsi la torta dei soldi loro assegnati. L’articolo 31 istituisce poi un comitato per la legislazione, composto di tre consiglieri regionali, di cui uno in rappresentanza delle minoranze. E, udite udite, queste comitato per la legislazione si avvale della collaborazione degli uffici consiliari e di esperti esterni. Ecco nuove possibilità di consulenze, probabilmente 66% alla maggioranza e 33% all’opposizione. Ovviamente il comitato non serve a nulla, se non a distribuire un po’ di soldi pubblici visto che “i pareri e le osservazioni del comitato non sono vincolanti”. L’articolo 33 sancisce quanto già oggi è realtà. Il Presidente della Giunta può nominare tra i consiglieri regionali in carica un sottosegretario alla Presidenza. Una specie di passacarte del Presidente, che sta in Giunta senza diritto di voto ma che percepisce lo stesso una indennità di funzione. L’articolo 34 ribadisce che il numero massimo di assessori è di otto, come è già oggi, oltre al presidente e a questo strano e costoso soggetto che è il sottosegretario. Passiamo adesso all’articolo 46, comma 3. “La Regione cura altre forme di pubblicazione delle leggi e dei regolamenti non rivestenti carattere di ufficialità per migliorare la conoscenza della produzione normativa regionale”. Che vuol dire: consulenze e pubblicità visto che il bollettino ufficiale non è sufficiente. Articolo 52: “l’amministrazione può ricorrere a consulenze e collaborazioni al di fuori del vincolo di subordinazione, in via temporanea e con stretta finalizzazione agli obiettivi, nei casi in cui non disponga di personale adeguato o sufficiente”. E chi decide quando ciò sia necessario? Nessuno, o meglio la Regione stessa. Si tratta del vecchio adagio “Acquaiolo, l’acqua è fresca?” Scommettiamo che la risposta “sì” sfiorerà il 100% del totale delle risposte dell’acquaiolo? Andiamo adesso all’articolo 61. Viene istituito il comitato di controllo contabile. E’ uguale a quello della legislazione: due della maggioranza, uno dell’opposizione, possibilità di affidare consulenze esterne. Leggi regionali poi disciplineranno, non si sa quando, la gestione degli enti controllati della Regione, il servizio di tesoreria, la presentazione dei documenti di bilancio e di programmazione economica e finanziaria. Insomma le consulenze e i costi sono già operativi, per il resto si vedrà. Il titolo VII introduce nuovi organi e nuovi costi. Nasce, all’articolo 66, il consiglio delle autonomie locali, composto dai Presidenti della province, sindaci dei capoluoghi di provincia, tre sindaci eletti dai sindaci dei comuni di ciascuna provincia e due presidenti di comunità montana, uno per ciascuna provincia. Peccato però che con recente proposta di legge, già approvata in commissione consiliare all’unanimità, le comunità montane molisane vengono abolite. In ogni caso anche per questo nuovo organo ci vorrà una legge regionale di attuazione. Il titolo IX per accontentare quelli che politici non sono ma vivono vicino ai politici, istituisce all’articolo 68 un nuovo carrozzone: il consiglio regionale dell’economia e del lavoro, composto da esperti e da rappresentanti delle categorie produttive, delle formazioni sociali e delle organizzazioni sindacali rappresentative dei lavoratori. A prescindere dal capire cosa sono le formazioni sociali ed in cosa si distinguono dai sindacati dei datori di lavoro e dei lavoratori, il carrozzone per cominciare a distribuire prebende dovrà aspettare comunque una legge regionale. L’articolo 69 istituisce addirittura una consulta statutaria, composta da tre esperti, scelti tra magistrati, anche a riposo, avvocati e docenti universitari. Si tratta di una piccola corte costituzionale in salsa molisana, che si pronuncia sulla conformità allo statuto delle leggi e dei regolamenti regionali in vigore, su richiesta di un quinto dei consiglieri regionali e sulla regolarità e ammissibilità delle richieste di referendum. Ma serve a qualcosa questa consulta costituzionale “de noantri”? Qui l’estensore dello statuto è stato diabolico. “Le pronunce della consulta sono pubblicate sul bollettino ufficiale e comunicate al presidente del consiglio regionale e al presidente della Giunta i quali, ciascuno nell’ambito delle proprie funzioni, promuovo idonee iniziative per l’eventuale adeguamento”, Un capolavoro per dire che no, questi consultori statutari non servono a nulla, perché l’adeguamento è solo eventuale e di certo nel nostro mondo c’è solo la morte e qualcuno dice le tasse. Insomma, questo è il nuovo statuto della Regione e come si nota non c’è solo il tanto vituperato aumento dei consiglieri regionali.

 

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