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Scritto da Pietro Colagiovanni
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Lunedì 30 Gennaio 2012 08:00 |
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La protesta spontanea dei forconi, dei camionisti, degli agricoltori e in generale di ceti produttivi stufi dell’attuale stato di cose manda molteplici messaggi, sia al mondo della politica ma anche al mondo delle imprese. E’un dato di fatto che il mondo sta cambiando se non è già cambiato. Se in meglio o in peggio si saprà solo successivamente ma il cambiamento è certo. Il messaggio al mondo della politica è chiaro: non si può essere ostaggi del grande sistema di interessi economici transnazionale che oggi governa il mondo occidentale. La manovra Monti è odiosa perché insipiente e ingiusta.
Un governo tecnico che aumenta le tasse sulla benzina, sui consumi (Iva) e sulla prima casa è un governo da dittatura, di tecnico non ha nulla. Ed infatti il Governo Monti è espressione della dittatura dei grandi potentati della finanza mondiale, quelli stessi che un’annetto fa si riunirono in un prestigioso albergo di New York per decidere la morte dell’euro e della finanza europea. Se oggi si vuole fare politica in Italia, questo è il messaggio, bisogna scindere ogni cordone con questo mondo, con i suoi riti finto perbenisti, con i suoi agi e i suoi esodi alle Maldive. Un’intera classe politica probabilmente verrà spazzata via e per il personale politico attuale, nazionale come molisano, è giunta probabilmente l’ora del si salvi chi può. Ma chi può ha anche la formidabile occasione di fare politica in modo nuovo, diretto e pulito, pensando ad un progetto su cui ricostruire dopo il naufragio (è banale ma è purtroppo d’attualità) di un sistema che ci accompagna dal secondo dopoguerra. Nel Molise al solito le rivoluzioni arrivano tardi e male. Ma alla fine arrivano e la diffusione dei mezzi di comunicazione virali (telefonini, internet, ipad, tablet e chi ne ha più ne metta) renderà anche nella nostra regione il processo più veloce di quelli conosciuti nei decenni e nei secoli scorsi. Il messaggio di cambiamento però non riguarda solo la politica. Riguarda anche i cosiddetti corpi rappresentativi della società civile, i sindacati, le associazioni di categoria, le associazioni che intermediano interessi diffusi. Questo giornale da tempo ha messo nel proprio mirino questa immensa zona grigia, in cui transitano al riparo dalle luci della ribalta, soldi, potere e destini di carriera personale. Un sistema anch’esso creato nel dopoguerra e modellato sulla logica della guerra fredda. Un sindacato di centro, uno di sinistra e a volte qualcuno intermedio. Robusti finanziamenti pubblici ne garantivano la stabilità e il controllo più o meno disciplinato degli associati e degli affiliati. Tanto per fare una citazione la Coldiretti nei tempi d’oro eleggeva una propria autonoma pattuglia di deputati nell’ambito della Democrazia Cristiana. C’era però un punto di equilibrio, una ragionevole attività di mediazione sociale tra i portatori di interessi diffusi e la politica. La protesta spontanea dei forconi, prima siciliani poi italiani, segnala quello che da tempo si era capito e che oggi è sotto gli occhi di tutti. Questi corpi intermedi, queste sigle spesso (come le solite ovvie e dovute eccezioni) sono diventate autoreferenziali, sganciate dalle esigenze dei loro iscritti, piegate ai giochi di potere e di arricchimento personale dei gruppi dirigenti di volta in volta installatisi. E ad un certo punto la pentola salta, il coperchio va per aria, la forza della rabbia delle imprese, dei lavoratori e delle loro famiglie fa carta straccia di sigle e contratti collettivi, di prosopopee e indennità lautamente pagate sulle spalle di chi fatica. Una dinamica che non sarà possibile fermare più. E che riguarderà anche la nostra regione. In questo senso notiamo alcuni fenomeni. In primis come associazioni culturalmente attrezzate per capire il vento che cambia (e a volte addirittura profetiche nell’individuarlo) incontrino insospettabili difficoltà a percepire la portata fondamentale del cambiamento stesso. Un esempio? La lettera che il Presidente dell’Associazione Industriali del Molise, Edoardo Falcione, persona competente e preparata, ha inviato nei giorni scorsi ai componenti della Camera di Commercio di Campobasso per rivendicare la presidenza oggi vacante dell’ente. Caro Edoardo, con tutta la stima e la simpatia che nutro nei tuoi confronti, ritengo che questa lettera non vada bene e per più di un motivo. La Camera di Commercio non spetta a questo o a quella organizzazione, come era nel passato, ma a chi è più capace e ha più progettualità, indipendentemente se sia industriale, commerciante, imprenditore turistico o artigiano. E poi la continuità, che pure viene evocata nella lettera, non è più un valore. A prescindere da quanto il passato sia meritevole di elogio o di rimozione (e il nostro approfondimento sull’Azienda Speciale Fai induce quanto meno ad una riflessione in tal senso) bisogna immettere discontinuità nel sistema, perché il mondo è cambiato. E anche il ruolo degli enti pubblici, camere di commercio incluse, non può essere più quello di prima. Forse non c’è neanche più un ruolo (per tenere un pubblico registro non c’è bisogno di tutto questo apparato), ma comunque la discontinuità è indispensabile. Falcione ha chiosato in modo aspro, forse giustamente aspro, le dichiarazioni programmatiche del nuovo Governo Iorio invocando proprio la discontinuità. Oggi dall’Assindustria ci aspettiamo altrettanto quando si occupa di vicende e problemi che la chiamano direttamente in causa. Di converso assistiamo a fenomeni di associazionismo spontaneo che stanno avendo grande successo. Per conoscenza diretta possiamo parlare di Confmolise Impresa ma non ci vogliamo fermare solo ad un’associazione con cui abbiamo collaborazione diretta, per quanto straordinario il suo successo possa essere. Ci sono i ristoratori di Arte a Termoli, ci sono i pur sempre vivaci Cobas per i lavoratori dipendenti, ci sono gli agricoltori autonomi del Cra, Commercio Attivo per i Commercianti di Campobasso, ci sono i titolari dei pubblici esercizi dell’Apem, ci sono i trasportatori auto mobilitati anche nel Molise nonostante le sigle ufficiali avessero detto altro. E un mondo pieno di spunti che segnalano un’esigenza: abbattere i vecchi orticelli, evitare di delegare ad altri il proprio destino di impresa o di lavoratore, lottare per un mondo più equo e con meno parassiti nelle istituzioni come nelle associazioni. |
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