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Non c’è ancora un allarme sociale come nella maggior parte delle città d’Italia, ma anche ad Isernia si sta assistendo ad una cospicua affluenza di cinesi. Intere famiglie si stanno trasferendo nel capoluogo pentro, stanno acquistando case, locali ed intraprendendo attività commerciali.
Nulla in contrario, se non fosse che l’economia di Isernia potrebbe risentirne ed essere danneggiata. Le attività cinesi occupano locali spaziosissimi, pieni zeppi di merce che raramente supera i 10 euro di costo. Molte famiglie vedono nel Made in China l’ancora di salvezza per contenere i bilanci familiari sempre più esigui, ma la maggior parte dei commercianti si lamenta per l’ondata di prodotti di pessima qualità che invade il mercato e che toglie guadagni agli esercenti locali. Sui prezzi non c’è, e non potrebbe esserci, competizione. Un paio di scarpe che, acquistato in un negozio italiano, costa circa 150 euro, in un negozio cinese costa soltanto 8 euro. Esteticamente la merce è simile, del resto i cinesi sono grandi maestri nel "copiare". La differenza sta nella qualità dei materiali usati. Sconosciuti pellami e tessuti pregiati, i cinesi utilizzano materiali di pessima qualità, spesso tossici, testimoniata anche dall’odore della merce e dalla durata. Eppure, l’esigenza primaria per i cittadini, soprattutto in questo periodo, è il risparmio. A lamentarsi, anche i venditori ambulanti. Ormai il mercato settimanale e le fiere tradizionali sono state quasi monopolizzate dai prodotti stranieri. Non si tratta di discriminazione, ma l’imporsi dell’economia cinese rischia di creare anche ad Isernia, come già accaduto in molte città, una spirale degenerativa alla nostra produzione, che non sa e non può reggere la concorrenza del basso costo della mano d’opera cinese e della loro disponibilità economica. E allora, non sarebbe il caso di intraprendere misure per arginare l’egemonia cinese?
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