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L’inarrestabile crescita dei negozi cinesi - Nel Molise
però sono ancora una sparuta minoranza - Il problema della qualità delle merci
Parliamo di quei negozi dove è difficile far capire
che abbiamo bisogno di una 44 invece che di una 42, e non solo perché la loro
44 è come una nostra 40. Posti dove il servizio a volte non è buono, la qualità
dei prodotti nemmeno, ma il prezzo, quello sì, è estremamente conveniente. Sono
i negozi gestiti dai Cinesi. Chi non si è fatto tentare nemmeno una volta? Il proliferare
dei negozi asiatici è un dato evidente della voglia di fare impresa di queste
persone.
In generale, l’impresa individuale è la
formula prescelta da tanti immigrati extracomunitari residenti nel nostro
Paese, non solo Cinesi. Secondo un rapporto d Unioncamere, nel 2007 sono state
registrate più di 10.000 imprese in tutta Italia con titolare extracomunitario,
sebbene la microimpresa in generale abbia registrato un saldo negativo di circa
4000 unità. Nella classifica delle provenienze, il paese più rappresentato tra
le nuove iscrizioni è la Cina. Cina, Albania e Marocco coprono metà delle nuove
iscrizioni. Ma mentre gli extracomunitari di altri paesi aprono preferibilmente
una ditta nel campo delle costruzioni, magari trasformando un precedente rapporto
di lavoro subordinato, i Cinesi primeggiano nel campo in cui sono da millenni
maestri, il commercio. Nonostante la loro presenza sembri sempre più
massiccia, è una tendenza che in Molise è partita in ritardo. Solo il 3,4 per
cento delle ditte individuali è intestato ad extracomunitari; il 3,02% a Campobasso
e il 4,81% a Isernia, contro una media italiana del 6,3 %. Le attività commerciali
in Molise gestite da Cinesi sono solo ventotto, più undici che hanno chiuso i battenti.
La prima è stata aperta nel ’99, le altre sono seguite alla spicciolata.
Venafro, probabilmente, è stata il punto di transito dei tanti immigrati cinesi
presenti in Campania e ha mantenuto 5 attività su 8. Isernia 4 su 7, mentre
hanno chiuso gli unici negozi cinesi di Agnone e Trivento. Rimangono
Campobasso, dove restano in piedi 9 negozi su 11, quasi tutti dislocati nel
centro; Termoli (6 su 7); Montenero con 3 punti vendita e Bojano con uno (tutti
i dati provengono dalla Camera di Commercio di Campobasso). Queste attività
vendono soprattutto abbigliamento e calzature, ma anche chincaglieria,
giocattoli e piccole attrezzature elettroniche. Rigorosamente made in China. La
maggior parte delle imprese dichiara solo un addetto indipendente e un dipendente,
qualcuna addirittura non ha dipendenti. Eppure, entrando in uno di questi
negozi, è possibile verificare che gli addetti alla vendita che si susseguono
nel corso della giornata sono spesso più di due, a volte arrivano alle decina… Ma
cosa ne pensano i commercianti molisani? “Andrei prima di ogni cosa a verificare
la legalità della loro presenza perché non è sempre chiara, sembrano più che
altro negozi di facciata, anche se non ho nessun elemento per dire cosa
potrebbe esserci dietro”- dice Antonio Marchitelli, membro di Giunta di Confcommercio
Molise- “Sono apertissimo a qualunque tipo di confronto, quindi anche con i
Cinesi, però a parità di condizioni. Ci devono essere diritti e doveri uguali
per tutti. Se noi commercianti italiani ed europei in generale siamo tenuti e
obbligati, oltre che sul lato fiscale, anche sul piano della qualità delle
nostre merci, attraverso standard che sono prefissati a livello europeo, lo
stesso vorrei che accadesse per i prodotti cinesi. Lo scarto di qualità che c’è
tra il prodotto europeo e quello cinese fa la differenza anche sul piano del
costo, questo è evidente su tutti i tipi di prodotto. I prodotti che passano gli
standard europei sono sempre certificati
dal bollino CEI, i prodotti cinesi non sempre ce l’hanno! Bisognerebbe
certificare anche la qualità dei loro prodotti o, se esiste qualche norma di
cui non sono a conoscenza che consente loro di vendere prodotti al di sotto degli
standard di qualità europei, che venisse fatta una campagna informativa sullo
standard di qualità dei prodotti cinesi.” Dello stesso parere sembra essere
Carmelo Parpiglia, Assessore al Commercio del Comune di Campobasso “La Cina
a livello mondiale, non solo italiano, produce degli effetti non positivi sulla
concorrenza perché la manodopera è pagata molto meno. Inoltre spesso non si utilizzano
materiali di qualità. Però è evidente che, nel momento in cui hanno le
autorizzazioni e rispettano le regole, soprattutto i parametri igienico-sanitari
e urbanistici, non possiamo fare altro che concedere l’autorizzazione all’apertura
del negozio. Bisognerebbe quantomeno garantire la qualità delle merci che
distribuiscono per evitare che vengano immessi prodotti nocivi per la salute, ma
questo non lo possiamo fare noi, forse lo potrebbe fare la Guardia di Finanza…
Prima di tutto però c’è una necessità di tutela a livello nazionale nel momento
in cui i prodotti entrano nel nostro territorio. Però non bisogna demonizzare in
assoluto la loro attività. Ci sono anche commercianti che svolgono in modo
adeguato il loro dovere fornendo dei servizi e dei buoni prodotti”.
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