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Lo scenario politico estivo è animato dal feuiletton della Provincia di Campobasso, con la mozione di sfiducia promossa dal Partito Democratico contro il “proprio” presidente Nicolino D'Ascanio. Una lotta per un ente del quale sempre più i cittadini si chiedono l'utilità, che però, permette all'osservatore esterno di poter svolgere qualche utile riflessione. In primis è sempre più evidente, nel Molise, un fenomeno di balcanizzazione della politica. Concluso il periodo delle ideologie, in Italia grandi aggregatori supportati da interessi economico finanziari di primo livello hanno portato alla nascita di nuovi partiti e movimenti politici. Nel Molise, dove la relativa povertà del territorio non ha creato fenomeni imprenditoriali ed economici importanti, la spesa pubblica è l'unica reale fonte di ricchezza e di reddito disponibile. Ed è ovvio quindi che la politica sia tutta concentrata, ai fini della propria sopravvivenza, in alcuni casi in senso quasi letterale, sull'acquisizione e sulla gestione, attraverso i meccanismi previsti dal nostro ordinamento e con tutti i mezzi necessari, di tale unica fonte economica.
Il punto è che tale fonte di reddito, date le dinamiche economiche internazionali e nazionali è destinata progressivamente ad esaurirsi. Ma la classe politica locale, impegnata in dure battaglie per il controllo di questa ricchezza, non si può porre troppi interrogativi, perchè non è libera dal bisogno e dipende in modo vitale da questi flussi di danaro pubblico. In questo modo si pensa all'oggi, ma si privano i nostri figli del futuro, perchè si dissipano le risorse senza pensare al momento in cui esse non saranno più disponibili. La balcanizzazione della politica dipende da questo approccio, povero e non orientato al futuro. Per acquisire o mantenere la gestione della risorsa i componenti della classe politica, inoltre, non hanno più convenienza a mantenere i tradizionali steccati di schieramento, di partito o di appartenenza. L'esigenza principale è la gestione del flusso di danaro. Mancando quello non c'è nella stragrande maggioranza dei casi, vita autonoma e si rischia l'estinzione. Quindi chiunque sia utile alleato per tale fine, va bene a prescindere dalle bandiere di cui si è ammantato o dagli stendardi da cui è colorato. Il sistema dei clan, verso il quale il Molise pericolosamente si va avviando, è un sistema tipico di territori poveri. Vedi i Balcani ai tempi della fine della Jugoslavia, ma anche la Somalia o l'Afghanistan. Le tribù sono organizzazioni familistico-primitive e hanno la propria corrispondenza economica nei sistemi rurali o di mera sussistenza. Purtroppo il Molise si va riducendo progressivamente così, nonostante possa ambire ad un'economia più florida e ricca. Senza i cervelli e le competenze adeguate si rischia, però, l'emarginazione e il declino . Detto dello scenario ritorniamo adesso alla vicenda specifica della Provincia di Campobasso. Chiaramente la lotta è del tutto incomprensibile se si usano i meccanismi di comprensione del comune cittadino. E'una lotta tutta politica, è questo è il suo difetto ma, paradossalmente, anche il suo pregio. Da un lato, la sostituzione di un assessore con un altro nonostante gli sforzi argomentativi di D'Ascanio è stata del tutto pretestuosa. Di Falco non ha meriti o demeriti specifici in quanto l'intera azione amministrativa della Giunta D'Ascanio non ha meriti o demeriti particolari. La lotta è, quindi, di puro potere. D'Ascanio, che non ha fatto campagna elettorale, come da lui stesso ammesso, nel corso delle scorse elezioni politiche per il Partito Democratico ha voluto dare la spallatta decisiva all'attuale leadership del partito democratico stesso. Ha così posto le basi per la sua candidatura alla guida del Partito Democratico molisano e della stessa regione Molise. Si è coperto a Roma e ha giocato la carta della debolezza di una leadership, quella di Macchiarola e della sua segreteria, fortemente ridimensionata dal pesante risultato elettorale del 14 aprile ed orfana di rappresentanza parlamentare. E qui forse arriva l'aspetto positivo di questa storia. Ambedue gli schieramenti, interni alla stessa collocazione politica (tanto che si possono identificare con i guelfi bianchi e con i guelfi neri della nostra tradizione medievale) hanno giocato, e stanno giocando, con decisione le loro carte, mettendo a repentaglio le loro cariche, i loro appannaggi, i loro ruoli e forse anche il loro futuro politico. In questo si sono differenziati da quello che accade ad esempio alla Regione, una melassa di maldipancia che rientrano con un contentino del principe, cambi di casacca motivati da questo o quella prebenda. Alla provincia i protagonisti hanno messo in campo uno scontro per il potere politico, duro e probabilmente anche autoreferenziale. Ma, ed è una nota di qualche sollievo, lo hanno fatto con serietà, con intransigenza, rischiando non poco, e fino in fondo. E' come aver risentito, dopo anni, il profumo della politica, dello schieramento cui si è leali a prescindere dalla vittoria o dalla sconfitta. Un minimo di idealità in un mare di opportunismo. La mancanza dei piatti di lenticchie che affollano altri spasmi politici, dei transfughi che cambiano il cappello a seonda delle convenienze può essere, se confermata al termine di questa crisi, un sintomo da cui, eventualmente, ripartire.
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