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Sulle zone franche urbane si è fatto un gran parlare, molti politici di ambedue gli schieramenti hanno battuto la grancassa della propaganda, molte illusioni sono state create, specie tra i giovani desiderosi di avviare un dignitoso percorso di impiego delle proprie energie lavorative. Nel Molise, dove l’approfondimento economico è merce davvero rara, la confusione è stata di portata altrettanto rara. Prima abbiamo visto una lotta tra i vari campanili regionali, con il solito politico autoctono a fare da spalla, per accaparrarsi una di queste benedette zone franche urbane. Nessuno di questa varia compagnia però si era preso la briga di leggere la legge istitutiva dell’agevolazione, fortemente voluta dal Governo Prodi, legge che nel Molise restringeva, per motivi oggettivi, la possibile candidatura ad un unico centro, ossia al capoluogo regionale. Superata questa fase di demagogia "a la carte", ed una volta che a Campobasso è stata assegnata una delle zone franche urbane nazionali, si è messo in moto un altro meccanismo, quello dell’attesa fiduciosa.
Prima il Governo di centro sinistra del capoluogo, poi quello di centro destra sono stati del tutto trasparenti nelle loro esternazioni: con la zona franca urbana a Campobasso arrivano un sacco di soldi e saremo tutti più ricchi, specie quelli che hanno la fortuna di lavorare in uno dei territori cittadini che compongono la zona medesima. Personalmente, nel lavoro di assistenza e consulenza che svolgo quotidianamente, ho sempre messo in guardia i giovani, gli aspiranti imprenditori, gli artigiani e i neo professionisti dalle virtù miracolose di uno strumento agevolativo che neanche nella patria di origine, la Francia, aveva dato grandi risultati. E questo nonostante il finanziamento a queste zone speciali degradate in territori urbani e metropolitani avesse ricevuto dal Governo transalpino per anni fondi di centinaia di milioni di euro, mentre in Italia in tutto erano disponibili circa 25 milioni di euro l’anno. Non solo. In Francia dopo anni di sperimentazione le Zfu (acronimo di Zfu) avevano solo creato una distorsione, senza motivi particolari, del mercato immobiliare, con speculazioni e lievitazione dei prezzi, e ritorni in termine di occupazione non paragonabili ai finanziamenti impiegati. E poi c’era un ulteriore elemento che doveva indurre a spegnere entusiasmi: le agevolazioni per le imprese ubicate nella Zfu non erano certo moneta contante, contributi in conto investimento o in conto gestione per l’avvio delle attività, ma risparmi di imposta e di contributi previdenziali. Ora non è che ci vuole un grande genio per capire che le imprese neo costituite, per ragioni oggettive, nei primi anni di attività, di imposte sul reddito non ne pagano poi tante, visto che di reddito in aziende appena partite ce n’è ancora poco. Ma il punto è che a stroncare definitivamente questa grancassa mediatico politica è arrivato il Ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che alle zone franche non ha mai creduto più di tanto. Ed ecco il suo regalo di Natale, contenuto in un comma del decreto cosiddetto mille proroghe, un regalo che ha buttato nello sconforto i politici locali più adusi a magnificare la Zfu: per le imprese ubicate nelle zone franche, in base al succitato decreto, non ci sarà più alcuna esenzione sulle imposte sui redditi, ossia Irpef ed Irap, che si pagheranno invece normalmente. Non solo. Sempre nel decreto viene altresì specificato come anche la decontribuzione sui lavoratori dipendenti (e quindi non sui titolari delle attività) non sarà automatica, ma sarà il Comune a rimborsare le imprese dopo che le stesse, con cadenza mensile, avranno regolarmente pagato l’Inps. Morale della favola? La Zfu è un’ agevolazione nata male e vissuta peggio, che oggi non ha più alcun realistico appeal. Spiace solo una cosa, ma è anche il motivo per cui esiste questa testata che informa laddove l’informazione non è resa disponibile. Mentre gli amministratori locali si erano affrettati a mettere il cappello sulla Zfu quando sembrava uno strumento promettente (ma appunto sembrava solo) non stiamo vedendo oggi lo stesso entusiasmo e lo stesso impegno mediatico nello spiegare ai tanti che stavano ipotizzando, speranzosi, acquisti e affitti in via Piave anziché in via Sant’Antonio dei Lazzari che ormai tutto questo non ha più senso, o ne ha solo pochissimo. Ma come si sa il politico fa sempre il proprio mestiere, un mestiere che, almeno in questo caso, si può meglio paragonare a quello dell’incantatore di serpenti, con tutto il rispetto per i fachiri di professione.
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