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Sta partendo con il piede giusto Gino Di Bartolomeo, neo eletto Sindaco di Campobasso. La sua idea di una Giunta a sei, una Giunta snella come promesso anche in campagna elettorale, è una buona idea e per più di un motivo. In primis c’è un discorso di immagine. Il centro sinistra uscente a Campobasso è arrivato alle elezioni con una Giunta composta da 10 Assessori. Una scelta evidentemente dettata dalla fragilità di una coalizione poi esplosa nel voto del 6 giugno ma che i cittadini non vedevano, da tempo, di buon occhio, fonte di continue polemiche sui costi e sulle opportunità di un apparato pletorico.
Per Di Bartolomeo marcare subito la differenza con il passato è un inizio promettente e permette, se il neo Sindaco riuscirà a resistere alle pressioni assai forti della coalizione che ne ha consentito la vittoria, di dare anche un segnale sul fronte del costo della politica. Un tema cui, in momenti di crisi economia, diventa molto più sensibile l’opinione pubblica e la cittadinanza e che consentirebbe a Big Gino di rafforzare la propria studiata immagine di uomo del popolo e non di uomo della casta politica al potere. Ma i vantaggi di una Giunta a sei non sono solo quelli di immagine o di risparmio sui costi. Ci sono anche importanti opportunità politiche che potrebbero derivare dal varo di un esecutivo snello. Lo snodo politico più delicato di questo passaggio è che da esso si avranno importanti elementi per capire dove si fermerà il baricentro del potere al Comune di Campobasso. Se passa l’idea di una Giunta a sei è ovvio che Gino Di Bartolomeo ne emerge come reale punto di riferimento e perno di un progetto politico più ampio incentrato su Campobasso. Se Giunta a sei non sarà la strada, pur non impossibile, diventa più tortuosa e passa, inevitabilmente, per la mediazione con le forze politiche e i movimenti che appoggiano il neo Sindaco, con le segreterie dei partiti e segnatamente con quella del PdL, azionista di riferimento della nuova maggioranza. La nascita del nuovo esecutivo potrà, quindi, dire molto sui rapporti dialettici interni al centro destra. Big Gino, dal canto suo, ha promesso di ridare a Campobasso quel ruolo centrale che il capoluogo regionale merita. E che, come il corpo elettorale ha chiaramente fatto intendere, quindici anni di gestione centro sinistra non hanno saputo consegnare alla città. Ma il discorso diventa più scivoloso nel momento in cui, oltre a rilevare l’assenza di Campobasso quale centro di gravità della vita sociale e politica molisana, si guarda al luogo dove si è invece collocato il perno della regione. Ed è indubitabile, sia per le consistenze numeriche sia per ripetuta evidenza quotidiana, che questo baricentro è oggi rappresentato da Isernia e dalla sua provincia. Un territorio saldamente in mano al centro destra e al Popolo della Libertà. E’di Isernia, infatti, il Presidente della Giunta, Michele Iorio, così come è di Isernia il Senatore Ulisse Di Giacomo, coordinatore del PdL molisano. Ed è sempre di Isernia gran parte del personale politico e amministrativo che guida gli enti pubblici regionali (basti vedere alcune nomine effettuate dalla Regione di questi giorni, in Molise Dati o in Solagrital). E’di Isernia inoltre anche l’eurodeputato Aldo Patriciello, ma in questo caso, considerata la lotta senza quartiere ingaggiata contro di lui da Iorio, Di Giacomo e dall’entourage del PdL molisano, la cosa potrebbe creare anche degli spazi di opportunità politica a Di Bartolomeo. Va poi considerato come l’altro antagonista politico oggi esistente in regione, Antonio Di Pietro, non ha un radicamento forte su Campobasso, né uomini a sufficienza per poterlo, al momento, creare. Quindi, per oggettive e realistiche condizioni esistenti sul teatro delle operazioni, per ridare ruolo e voce al capoluogo regionale bisogna togliere spazio ad Isernia. Ed ecco perché il ritorno della campobassanità più volte invocato da Big Gino porta con sé anche una delicatissima operazione politica, tutta interna allo schieramento di centro destra. Di Bartolomeo non è certo uno sprovveduto, anzi è un politico di razza, di quella scuola politica democristiana che, probabilmente, è stata l’unica vera scuola politica che il Molise abbia mai conosciuto. E come politico di razza, evitando contrapposizioni inutili ma lavorando su ragionamenti oggettivi (Campobasso ha diritto ad un ruolo che sinora non ha avuto, nell’interesse di tutto il Molise, provincia di Isernia inclusa) è pensabile che possa ottenere risultati importanti per il capoluogo regionale. Ma la velocità di questa trasformazione passa per il modo in cui formerà il proprio governo cittadino. Da esso si capirà, infatti, quanto spazio di manovra avrà e quanto invece ne avranno i partiti, le loro segreterie e chi detiene oggi il potere effettivo nella regione.
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