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venerdì 19 marzo 2010
 
Di Pietro,Patriciello,Di Bartolomeo,il PD e le strategie di Di Giacomo:i protagonisti delle elezioni | Stampa |
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Scritto da Pietro Colagiovanni   
sabato 13 giugno 2009

L’analisi di questo turno elettorale nel Molise si presenta articolato visti i numerosi ed interessanti spunti che ha presentato. Va cercato peraltro una chiave di lettura il più possibile unitaria capace di dare un senso ad una tornata elettorale che ha interessato l’intera popolazione molisana, con le europee, ed una sua buona fetta con le amministrative. In primo luogo si può certamente sostenere che si tratta di un voto interessante, da cui è possibile leggere più di qualche spunto interpretativo sugli assetti gestionali, attuale e futuri, della regione. Il primo grande vincitore è sempre lui, come ormai gli accade da qualche tempo a questa parte: Antonio Di Pietro.

Che se ha vinto, raddoppiando i voti a livello nazionale, nel Molise ha stravinto, cesellando ogni giorno di più la sua arguta strategia di fare del Molise la piazzaforte, il centro nevralgico del suo movimento. 28% su base regionale alle europee, un risultato valido anche al voto amministrativo (18% con Romano alle comunali di Campobasso), facce nuove molisane lanciate nell’agone (Erminia Gatti ha avuto un ottimo esordio, peccato non abbia insistito nel cercare in modo ancora più determinato il voto dei molisani perché avrebbe vinto) e soprattutto il sorpasso generalizzato sul Partito Democratico o su quello che ne rimane in regione: Di Pietro ha centrato tutti gli obiettivi. Ora si dovrà preparare alla madre di tutte le battaglie nella sua terra di origine, ossia la conquista, tra due anni e mezzo, della Regione Molise. Lo dovrà fare, inevitabilmente, anche se sta cercando di spostare più in là la prospettiva, complici gli ottimi rapporti personali con l’attuale Presidente della Regione, Michele Iorio. Ma è un passaggio stretto ed ineludibile, perché dal Molise potrà partire la mutazione definitiva dell’Italia dei Valori: da movimento a partito di opposizione, a principale partito di opposizione sino a partito di governo e di amministrazione. Il Molise è il laboratorio di questa trasmutazione e nel Molise fra qualche tempo, si avvierà anche questa ulteriore decisiva fase. Di Pietro sinora non ha praticamente sbagliato nulla, ha approfittato dello stato confusionale del Partito Democratico e, della sua esaurita spinta propulsiva (per dirla con Enrico Berlinguer), ha giocato con grande capacità sull’aspetto mediatico (cosa che lo rende tanto simile al suo arcirivale Berlusconi), ha saputo ispirare e colmare il vuoto di prospettiva dell’elettore di centro sinistra. Una manovra da 10 e lode, un trampolino per i nuovi, ancora più alti ed ardui traguardi che lo attendono. Oltre ad Antonio Di Pietro c’è poi un altro vincitore assoluto di queste elezioni e si tratta di Aldo Patriciello. Non è un mistero la guerra, anche feroce, che l’establishment del PdL molisano ha condotto negli ultimi tempi contro il politico venafrano. Una guerra giocata su vari tavoli, mediatici, amministrativi, personali con un unico obiettivo dichiarato: annichilire Patriciello. Le stesse europee, una volta che il tentativo di non far ottenere la candidatura a Patriciello a livello nazionale è fallito, sono diventate un nuovo terreno di scontro. Andavano bene tutti, basta che non si votasse Patriciello: Gargani, Mazzoni, Matera, innumerevoli sono state le pressioni su tutte le strutture del PdL molisano per fare terra bruciata intorno al politico venafrano. Patriciello non si è scomposto, ha fatto una campagna tra la gente e con la gente, è ha raccolto in tutto il Sud oltre 110.000 preferenze. Nel Molise ha superato le 20.000 preferenze, mentre la favorita del principe, la Matera Barbara da Foggia, ha raccolto solo 8.800 voti. Patriciello si è confermato politico di spessore, con un autentico seguito popolare in tutto il Sud. Questo lo rende oggi una figura di caratura nazionale all’interno del PdL e, crediamo noi, questo non potrà non avere conseguenze anche sulla gestione del PdL molisano, coordinato dal Senatore Ulisse Di Giacomo, di cui parleremo successivamente. Un altro vincitore, oltre al nuovo Presidente della Provincia di Isernia Luigi Mazzuto che però giocava un tantino sul velluto, è sicuramente Luigi, detto Gino, Di Bartolomeo, detto anche il "fuciliere". E’stato bravo, bravissimo Gino, è stato pragmatico, è stato furbo ed intelligente. Aveva fiutato la possibilità di strappare dopo 15 anni il capoluogo regionale al centro sinistra e non si è fatta sfuggire l’occasione. Prima ha dovuto superare le resistenze interne al PdL stesso, che propendeva per candidati più malleabili e fedeli al Presidente della Giunta. Poi si è dovuto confrontare con i resti del centro sinistra e con l’insidiosa proposta di un giovane come Massimo Romano. Gino non si è scomposto e ha tirato fuori la sua arma segreta: le liste di appoggio. Ben 10 (oltre a quella ufficiale del PdL) capaci di bloccare, per il solo fatto di esistere, un numero consistente di voti e dando quasi la certezza matematica di vittoria. Ma va fatto un ragionamento un po’meno banale su queste liste: se è vero che 11 liste con oltre 400 candidati hanno appoggiato Gino Di Bartolomeo, conducendolo ad una vittoria relativamente comoda, è anche vero che 400 persone e le loro famiglie, per un motivo o per un altro, hanno ritenuto appetibile la proposta di Gino Di Bartolomeo. Il che vuol dire, secondo la teoria dei vasi comunicanti, che non hanno ritenuto invece appetibile la proposta dell’altro schieramento, che pure era al governo della città. Non è solo questione di controllo dei voti, ma soprattutto di appeal politico e amministrativo. Oggi Gino Di Bartolomeo, "Big Gino" per usare un altro dei suoi tanti soprannomi, ha davanti a sé un’occasione storica.. Gino è un uomo onesto, non ha dinastie da sistemare, è una persona trasparente e questo anche i nemici più malevoli glielo riconoscono. Può quindi dare quell’anima al suo progetto di governo di Campobasso che i quindici anni di centro sinistra non sono stati in grado di dare. I cittadini d’altronde questo si attendono. Vogliono ricordare finalmente un Sindaco che sia stato anche l’emblema di una comunità, un Sindaco con un progetto in grado di elevare la qualità della vita di chi risiede a Campobasso. Gino ha questa storica opportunità e, se lo conosciamo bene, sappiamo che non vorrà lasciarsela sfuggire per nessuna cosa al mondo. Ma non sarà una passeggiata a partire dalla nomina della nuova Giunta e alle nomine dei soggetti apicali nella struttura di Palazzo San Giorgio, in primis il direttore generale. Ma siamo sicuri che con il suo sano dinamismo Big Gino non si troverà impreparato a queste prime ma cruciali sfide. In questo dovrà essere aiutato dai Consiglieri della sua maggioranza in cui si sono rivelati anche importanti sintomi di svecchiamento e di novità (basti pensare all’affermazione di un esordiente, un giovane tecnico competente e dal volto pulito come Nicola Cefaratti). Possiamo adesso parlare di chi, invece, esce perdente da questa tornata di votazioni. Un nome o meglio un simbolo su tutti: il PD, il Partito Democratico. I sintomi di sfaldamento erano già conosciuti e da questa testata analizzati con dovizia di particolari da mesi. Il dato quindi non giunge inaspettato, ma colpisce non solo per il livello quantitativo ma per un certo qual senso di rassegnazione con cui uomini che hanno governato enti pubblici per decenni si sono arresi alla debacle. Augusto Massa, ex Sindaco per 10 anni di Campobasso, ancora punta ad una ripresa congressuale del Partito Democratico. Sembra un alieno, fa quasi tenerezza. C’è poco da riprendere ma probabilmente c’è solo da ricostruire ex novo una forza politica, nei suoi uomini ma principalmente nelle sue motivazioni politiche e programmatiche. Perché questo è quello che è davvero mancato. Prendiamo Campobasso: al di là di faraonici piani strategici rimasti sulla carta, i 15 anni di governo del centro sinistra che anima hanno avuto, quale filo progettuale, quali realizzazioni concrete? Non si perdono le elezioni solo per sfortuna, o per la furbizia degli avversari, ma si perdono soprattutto per le proprie carenze. Il Partito Democratico e i suoi alleati a Campobasso (ma nel Molise cambia poco) si è privato dell’anima, è rimasto senza appeal, aggrappandosi ad un’amministrazione in molti casi sufficiente o appena sufficiente, in altri casi carente (vedi la gestione dell’urbanistica e degli accordi di programma nel capoluogo regionale). E’mancata la scintilla, l’idea, un qualcosa che potesse appassionare l’elettore, coinvolgere il cittadino, stimolare la partecipazione. In più il PD ci ha messo di suo una feroce lotta intestina (vogliamo ricordare la vicenda della Provincia di Campobasso?) e personalismi esasperati che, alla luce dei dati elettorali, non risultano neanche motivati. Oggi l’unica strada è quella dell’azzeramento di tutte le strutture del PD molisano e una ripartenza radicale. Ed in questa ottica la presenza in Consiglio comunale di Augusto Massa, che ha rifiutato un ruolo dignitoso di padre nobile prima del voto, mossa che avrebbe potuto contenere il tracollo del centro sinistra, sembra inopportuna e certamente poco influente, visto che Massa non sarà neanche il leader dell’opposizione (compito che spetterà al brillante Massimo Romano, una bella sorpresa di questo voto). Oltre al Partito Democratico, bersaglio alquanto facile, c’è un altro soggetto che esce sconfitto da questa tornata elettorale, o meglio ne escono sconfitte le proprie strategie. Si tratta del PdL e del suo coordinamento regionale, con a capo il Senatore Ulisse Di Giacomo. Di Giacomo, con il suo approccio deciso, quasi muscolare alla politica, un tratto distintivo del suo stile, aveva impostato due strategie portanti per il PdL molisano. La prima, che abbiamo già visto, era quella di isolare fino ad espungere quello che riteneva essere un corpo estraneo nel Popolo della Libertà del Molise, ossia Aldo Patriciello. La seconda era quella di conquistare centri nevralgici del Molise con la semplice forza del PdL e del suo simbolo. I dati sono incontrovertibili. Nonostante un impegno quasi spasmodico, con l’utilizzo di ogni arma mediatica disponibile, per evitare il voto a Patriciello, Patriciello è stato rieletto e nel Molise ha acquisito una messe importanti di consensi, che ne hanno fortemente rafforzato la tempra politica sul territorio e non. Invece a Riccia, a Cercemaggiore e a Trivento, (ma si può aggiungere anche Campomarino) centri fondamentali dove si votava per il rinnovo delle amministrative, il PdL, presente con il proprio simbolo, ha perso con margini importanti, a volta delle vere e proprie batoste, consegnando ad un quasi incredulo centro sinistra amministrazioni tradizionalmente gestite dal centro destra. Lo stesso dato di Campobasso non dovrebbe, poi, far fare salti di gioia a Ulisse Di Giacomo. Il Popolo della Libertà con la sua lista ufficiale ha avuto il 21% dei consensi. E’ chiaro allora che la vittoria nel capoluogo regionale non è stata tanto una vittoria del Popolo della Libertà ma piuttosto una vittoria del candidato Sindaco che, come abbiamo già visto, ha saputo imbastire una fitta rete di rapporti politici con la società civile fino a trascinarsi dietro 10 liste, per lo più civiche, in suo supporto. La propaganda ufficiale potrà, anzi secondo noi dovrà, cercare soluzioni a questo pasticcio, ma non sarà facile, nonostante i mezzi a disposizione (Di Giacomo ha già sostenuto che la vittoria di Patriciello è una vittoria dell’intero coordinamento molisano del PdL, dubitiamo però che Patriciello sia d’accordo). Non solo. Patriciello un messaggio chiaro lo ha già dato: se eravamo uniti il PdL nel Molise avrebbe avuto ben altri risultati e invece di farci guerre poco sensate si poteva arginare il fenomeno Antonio Di Pietro, che come abbiamo visto è il vero vincitore delle elezioni europee molisane. E guarda caso dove il candidato PdL, come nel caso di Gino Di Bartolomeo è stato ecumenico ed ha accolto, nonostante l’opposizione dello stesso di Giacomo (con alcune evidenze aneddotiche ai piedi dei palchi dei comizi elettorali tutte da raccontare) Patriciello e tutti coloro che marciavano nella stessa direzione, l’Italia dei Valori non ha straripato. Se tutte queste analisi, poi, saranno oggetto di valutazione a Roma è chiaro che per il coordinatore regionale del PdL molisano non si prospettano tempi facilissimi.

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